"No Other Choice" non è solo un film: è una trappola elegante, una black comedy che ti fa sorridere mentre ti accompagna, passo dopo passo, verso qualcosa di profondamente disturbante.
Park Chan-wook torna al cinema coreano con un’opera che usa l’ironia come lama e il capitalismo come bersaglio, trasformando la disperazione quotidiana in un gioco al massacro lucidissimo.
Dietro la storia di Man-su, uomo licenziato e padre di famiglia pronto a tutto pur di difendere il proprio status, si nasconde una riflessione feroce sul lavoro, sull’identità e sull’idea stessa di "scelta", parola che il titolo smonta scena dopo scena.
"No Other Choice" nasce da "The Ax" di Donald Westlake, romanzo del 1997 che già allora aveva anticipato con cinismo il volto più crudele del mercato del lavoro contemporaneo.
Nel libro, il protagonista Burke Devore elimina sistematicamente i propri concorrenti per tornare a lavorare, scoprendo di essere molto più adatto alla violenza di quanto immaginasse.
Park Chan-wook prende questa premessa e la trapianta nella Corea del Sud contemporanea, dove il culto dell’efficienza, della produttività e del successo economico rende la perdita del lavoro una vera e propria morte sociale.
A differenza dell’adattamento francese di Costa-Gavras ("Le Couperet"), "No Other Choice" sposta l’attenzione dalla satira politica esplicita a una dimensione più intima e disturbante.
Qui il nemico non è solo il sistema, ma il desiderio di restare "a galla", di non deludere la famiglia, di continuare a occupare uno spazio rispettabile nella società. Park Chan-wook non aggiorna semplicemente la storia: la radicalizza, inserendola in un contesto dove la pressione sociale è costante e silenziosa.
Il cuore pulsante di "No Other Choice" è il suo tono volutamente instabile. Si ride, ma con disagio. Si empatizza, ma controvoglia. Park Chan-wook costruisce una black comedy in cui l’assurdo non alleggerisce, ma stratifica senso. Ogni situazione grottesca prepara il terreno a qualcosa di irreversibile.
Man-su non diventa un assassino per rabbia improvvisa o follia, ma per adattamento. È un uomo che applica al delitto la stessa logica con cui ha sempre lavorato: efficienza, pianificazione, problem solving.
Il film è spietato proprio perché mostra quanto questo passaggio sia fluido. L’umorismo nero serve a rendere la discesa ancora più disturbante, perché il pubblico ride mentre realizza di stare comprendendo le motivazioni del protagonista.
La scena in cui A-ra spara a Beom-mo è uno snodo fondamentale del film, sia narrativo che tematico. Fino a quel momento, Man-su sembra l’unico disposto a oltrepassare certi limiti. A-ra, invece, appare compressa in un matrimonio spento, osservatrice ironica di una vita che non sente più sua.
Quando prende la pistola e pronuncia la frase: "Il problema non è il problema, sei tu rispetto al problema", il film smette di fingere.
Non è solo una battuta brillante, è una dichiarazione di poetica. Park Chan-wook usa A-ra come detonatore narrativo: mentre Man-su crede ancora di essere vittima del sistema, lei smonta l’alibi del destino con una freddezza chirurgica. Il capitalismo è feroce, sì, ma qui nessuno è innocente.
Il richiamo involontario al celebre mantra di Jack Sparrow in "Pirati dei Caraibi - La maledizione della prima luna" ("Il problema non è il problema, è il tuo atteggiamento verso il problema") non è un semplice gioco cinefilo.
Park Chan-wook ribalta quel sarcasmo scanzonato in qualcosa di profondamente disturbante. Dove Jack usava l’ironia per sopravvivere al caos, A-ra la usa per legittimare la violenza.
La scena funziona perché è spiazzante: si ride, ma con disagio. È humor nero allo stato puro, quello che ti strappa un sorriso mentre capisci che qualcuno sta per morire. A-ra non è una folle, è il personaggio più onesto del film.
Dice ciò che Man-su si rifiuta di ammettere: non sta uccidendo per la famiglia, sta uccidendo per mantenere intatto il proprio ego borghese. E quasi specularmente, la scena si ripete, ma stavolta con Man-su e Mi-re protagonisti: la scena non finisce nel sangue, ma il parallelismo mette i brividi.
In quel momento "No Other Choice" smette di essere "la storia di un uomo disperato" e diventa una satira feroce sull’autoassoluzione maschile, sulla retorica del sacrificio e sull’idea tossica che tutto sia lecito pur di "restare a galla".
Il significato più profondo di "No Other Choice" emerge quando il lavoro smette di essere un semplice obiettivo e diventa una misura del valore umano. Il film suggerisce che la vera violenza del capitalismo non è economica, ma simbolica: senza produttività non esisti.
Man-su non teme solo la povertà, ma l’invisibilità. Senza un impiego, non è più marito, padre, cittadino modello - o, almeno, in apparenza. Infatti, Man-su non diventa violento all’improvviso. Il film suggerisce che quella violenza esisteva già, solo incanalata, repressa, socialmente tollerata finché restava invisibile.
Il licenziamento non crea il mostro: gli toglie il coperchio. Uno dei momenti più inquietanti del film arriva quasi in sordina, senza musica e senza enfasi. È Mi-ri a rivelare che Man-su in passato era alcolizzato e che picchiava il figliastro.
È una frase detta quasi di passaggio, ma il suo peso è enorme. In un film che fino a quel punto ha seguito il punto di vista di Man-su, quella rivelazione incrina definitivamente la sua immagine. Park Chan-wook non usa la violenza domestica come shock narrativo, ma come elemento strutturale.
Man-su non è solo una vittima del sistema: è anche qualcuno che ha esercitato potere e controllo all’interno della famiglia. Il lavoro, in questo senso, non era solo una fonte di reddito, ma una maschera. Finché era "un uomo che lavora", la sua violenza poteva essere archiviata come fragilità, stress, errore momentaneo.
Quando Man-su perde il lavoro, perde anche quell’alibi. La violenza che esplode fuori casa è la stessa che già covava dentro le mura domestiche.
Quando Man-su ottiene finalmente il lavoro alla Moon Paper, tutto sembra tornare al suo posto. La famiglia si ricompone, i cani tornano a casa, la vita riprende una parvenza di normalità. Ma la cartiera è automatizzata, fredda, silenziosa.
Non c’è comunità, non c’è umanità. Man-su festeggia da solo.
È qui che Park Chan-wook chiude il cerchio: il sistema ha vinto, ma l’uomo che ne è uscito vincitore è completamente svuotato. "No Other Choice" non racconta l’ascesa di un mostro, ma la sua perfetta integrazione.
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