Maria Antonietta non è solo un nome che colpisce. È un manifesto pop, un’estetica, una dichiarazione di intenti. Ma qual è il vero nome di Maria Antonietta? E perché ha scelto proprio quello della regina più chiacchierata di Francia?
Dietro la cantautrice indie che ha calcato i palchi italiani - e che è arrivata tra i Big di Festival di Sanremo con Colombre - si è nascosta una storia fatta di arte, ironia e ribellione. E sì, anche di camerette, chitarre dreamy e home recording.
Scopriamo tutto sul vero nome di Maria Antonietta e sul significato del suo pseudonimo.
Il vero nome di Maria Antonietta è Letizia Cesarini. È nata il 26 agosto 1987 a Pesaro e ha costruito negli anni un’identità artistica forte e riconoscibile, senza mai rinnegare la sua identità privata.
Prima di diventare uno dei volti più iconici dell’indie italiano, Letizia ha studiato Storia dell’Arte all’Università di Urbino. La passione per le icone medievali le è stata trasmessa dal padre pittore, e ha influenzato profondamente il suo immaginario.
Poesia, teologia, studi di genere: il suo mondo creativo è sempre stato stratificato, colto e viscerale insieme.
Fuori dal palco è rimasta Letizia Cesarini. Sul palco è diventata Maria Antonietta. Un alter ego che ha amplificato la sua voce, rendendola più teatrale, più gotica, più regale.
La scelta del nome non è stata casuale. Nel 2010 Letizia ha deciso di debuttare come solista con lo pseudonimo Maria Antonietta, ispirandosi alla figura storica dell'ex regina consorte di Francia.
Prima ancora, aveva autoprodotto un EP dal titolo provocatorio: "Marie Antoinette wants to suck your young blood". Un omaggio ironico e pop alla regina simbolo di eccesso, incomprensione e ribellione.
La citazione non è stata solo estetica. È diventata una dichiarazione poetica. Come la sovrana francese, anche Maria Antonietta (artista) ha incarnato una femminilità fuori dagli schemi, giudicata, osservata, raccontata.
Nei suoi testi ha parlato di amore, corpo femminile, fragilità e quotidianità drammatica con un’ironia tagliente e quasi aristocratica.
Il passaggio da "Marie Antoinette" a Maria Antonietta in italiano ha segnato una svolta. Nel 2012 ha pubblicato l’album omonimo, prodotto da Brunori Sas per l’etichetta Picicca Dischi. È stato quel disco a consacrarla nella scena indie nazionale.
Ha abbandonato i testi in inglese e le atmosfere shoegaze per abbracciare una scrittura più diretta, personale, profondamente italiana. Ed è lì che Maria Antonietta è diventata davvero Maria Antonietta.
Prima dello pseudonimo, c’è stata una fase DIY tutta chitarre riverberate e sogni lo-fi. Tra il 2008 e il 2010 Letizia Cesarini ha fatto parte degli Young Wrists, duo shoegaze/post-punk nato tra Pesaro e Rimini insieme ad Alberto Baldolini.
Il progetto è nato in cameretta durante gli anni universitari. Le influenze dichiarate? My Bloody Valentine, Slowdive e The Jesus and Mary Chain. Chitarre dreamy, voce eterea, testi in inglese.
Nel 2009 hanno inciso quattro tracce in home recording, pubblicate poi nell’EP autoprodotto "Marie Antoinette wants to suck your young blood" nel luglio 2010, in tiratura limitata.
Quel titolo lunghissimo e irriverente ha anticipato il futuro. È stato il primo segnale di un’identità artistica che stava prendendo forma.
Il duo si è sciolto nel 2011, quando Letizia ha deciso di concentrarsi sul progetto solista. È stato lì che il nome Maria Antonietta ha smesso di essere un gioco e si è trasformato in una firma.
Maria Antonietta ha costruito negli anni un’estetica definita "cattedrale gotica". Drammi personali raccontati con ironia regale. Dolore e leggerezza intrecciati. Cultura alta e quotidianità pop che si sono incontrate senza snobismo.
La sua laurea in Storia dell’Arte ha influenzato anche la scrittura visiva dei testi. Le sue canzoni hanno evocato immagini potenti, quasi iconografiche. Ha parlato d’amore senza filtri, di desiderio, di vulnerabilità femminile, usando una lingua diretta ma stratificata.
Il nome Maria Antonietta ha funzionato come lente d’ingrandimento. Ha dato teatralità a emozioni intime. Ha trasformato Letizia in un personaggio capace di stare sul palco con una forza scenica inconfondibile.
Eppure, dietro quell’alter ego, è rimasta sempre la stessa ragazza di Pesaro, cresciuta tra libri d’arte e chitarre elettriche.
Nel 2026 è arrivata tra i Big del Festival di Sanremo insieme a Colombre con "La felicità e basta". Un traguardo importante che ha portato l’indie più poetico sul palco più mainstream d’Italia.
Quel passaggio ha confermato quanto il nome Maria Antonietta sia diventato un marchio riconoscibile. Non solo uno pseudonimo, ma un universo narrativo.
La sua carriera ha dimostrato che dietro un nome d’arte può nascondersi una scelta culturale precisa. Maria Antonietta non è stata un travestimento. È stata un’estensione. Una maschera trasparente, capace di raccontare meglio la verità.
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