23 Mar, 2026 - 18:25

Il diritto del mare, 740 bambini condannati

In collaborazione con
Sara Del Regno
Il diritto del mare, 740 bambini condannati

Nel 1942, 740 bambini furono condannati al mare. Nel Mar Arabico, una nave vagava come una bara galleggiante. A bordo c’erano 740 bambini polacchi: orfani, sopravvissuti ai campi di lavoro sovietici, dove i loro genitori erano morti di fame, malattie e stenti. Erano riusciti a fuggire passando per l’Iran, ma li attendeva un’altra tragedia, nessuno voleva accoglierli.

Il cibo stava finendo, le medicine erano terminate e la speranza iniziava a svanire. Ma a Navanagar nell’attuale stato del Gujarat, arrivò al palazzo del governate, Jam Sahib Digvijay Singhji, un principe locale in un territorio sotto dominio britannico, la stessa Bretagna che aveva già chiuso le porte ai bambini, accettò di farli sbarcare andando contro il volere dei dominatori.

Tutti lo avvisarono che andare contro il volere dei Britannici gli avrebbe causato problemi, ma lui non si fece condizionare. Nell’agosto del 1942, la nave entrò finalmente in porto sotto il sole cocente dell’estate indiana. I bambini sbarcarono deboli, abituati alla sofferenza, si aspettavano altre atrocità e crudeltà mai potevano immaginare qualcosa di positivo. Il maharaja li stava aspettando sul molo. E li accolse dicendo che da quel momento in poi loro sarebbero stati i suoi figli e non sarebbero più stati orfani.

740 bambini salvati dalla condanna al mare da un uomo buono 

Infatti non costruì un campo orfani, ma una casa. A Balachadi creò una piccola Polonia su suolo indiano: fece arrivare insegnati polacchi, cibo tipico, canzoni dell’infanzia, scuola, giardini e perfino un natale polacco sotto il cielo indiano.

Per quattro anni, mentre il mondo era in guerra, quei bambini vissero come rifugiati, ma come una famiglia. Il maharaja visitava spesso il luogo, conosceva i nomi dei bambini, festeggiava i compleanni, consolava chi piangeva ancora per i genitori che non sarebbero mai tornati.

Oggi grazie a lui quei bambini sono cresciuti, e sono diventati: medici, insegnati, genitori e nonni. In Polonia, piazze e scuole portano il nome di Jam Sahib Digvijay Singhji, che ricevette una delle più alte onorificenze del Paese. Ma il vero monumento che ha lasciato non è fatto di pietra, sono 740 vite salvate. Molti di quei bambini polacchi, oggi raccontano la storia ai loro nipoti, di un re indiano che quando il mondo intero chiuse le porte, lui li accolse.

A cura di Sara Del Regno

LEGGI ANCHE
LASCIA UN COMMENTO

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
I campi obbligatori sono contrassegnati con *

Sto inviando il commento...