Negli ultimi anni sembra quasi impossibile sfuggire ai remake. Film, serie e perfino cartoni animati tornano continuamente in nuove versioni. Questa tendenza viene spesso vista come un segno di mancanza di idee da parte dell’industria culturale, ma in realtà il fenomeno è un po’ più complesso di quanto sembri.
Dietro ai remake non c’è solo la nostalgia, ma anche la voglia di rileggere storie che il pubblico già conosce. Ogni nuova versione prova a parlare alle persone di oggi, cambiando prospettiva, linguaggio e sensibilità. In questo senso rifare un film non significa semplicemente copiarlo, ma reinterpretarlo alla luce del proprio tempo.
In generale il remake non gode di grande stima tra critici e spettatori. Spesso viene considerato un’operazione commerciale fatta per sfruttare il successo di un film già famoso, più che un vero gesto creativo. Secondo molti osservatori, questa pratica sarebbe il segno di un’industria che fatica a trovare idee nuove. Allo stesso tempo però questa critica dimentica che il remake è sempre stato parte della storia del cinema.
Fin dagli inizi, infatti, il cinema ha spesso ripreso storie già raccontate, adattandole a nuovi contesti culturali o a nuovi modi di fare cinema. Non tutti i remake, però, sono operazioni superficiali. Alcuni film riescono davvero a reinterpretare l’originale in modo interessante, creando un dialogo tra passato e presente.
Un esempio è Suspiria, il film di Dario Argento, che nel 2018 è stato reinterpretato da Luca Guadagnino con una lettura molto diversa e più politica della storia. Anche The Departed di Martin Scorsese nasce come remake del film hongkonghese Infernal Affairs del 2002. Lo stesso vale per Scarface di Brian De Palma del 1983, che a sua volta riprende il classico del 1932 diretto da Howard Hawks.
Contrariamente a quanto si pensa, rifare un film non è affatto una pratica recente. Già nei primi anni del cinema esistevano esempi di remake. Uno dei più famosi risale al 1904, quando Siegmund Lubin realizzò una nuova versione di The Great Train Robbery, il celebre film del 1903 diretto da Edwin S. Porter. All’epoca questa pratica non veniva vista con sospetto: al contrario faceva parte del modo normale di produrre cinema. Le storie venivano riprese, modificate e adattate senza che questo fosse considerato un problema.
Anche uno dei registi più importanti della storia del cinema ha realizzato un remake di una propria opera. Alfred Hitchcock girò infatti due versioni de L’uomo che sapeva troppo: una nel 1934 e una nel 1956. Le due versioni raccontano la stessa storia ma con uno stile diverso.
Nel libro Il cinema secondo Hitchcock, François Truffaut osserva come la prima versione fosse più dinamica nei movimenti di macchina, mentre quella successiva risultava più controllata e organizzata. Lo stesso Hitchcock spiegò la differenza dicendo che la prima era stata realizzata da “un dilettante di talento”, mentre la seconda da un professionista. Un modo ironico per dire che anche il suo modo di fare cinema era cambiato con il tempo.
In fondo un remake funziona un po’ come una traduzione. Portare una storia in un altro periodo storico significa inevitabilmente cambiarla. Cambiano il linguaggio, il ritmo, i temi e anche il modo in cui il pubblico interpreta i personaggi. Per questo ogni remake è sempre anche una reinterpretazione, perché mette in relazione due epoche diverse.
Negli ultimi anni il numero di remake è cresciuto molto, soprattutto tra cinema e piattaforme di streaming. Nel 2025, ad esempio, è arrivato Bugonia di Yorgos Lanthimos, con Emma Stone e Jesse Plemons, remake del film sudcoreano Save the Green Planet! del 2003.
Nello stesso periodo sono usciti anche nuovi adattamenti come Lilo & Stitch in versione live action e il remake di Biancaneve diretto da Marc Webb. Questo dimostra quanto il remake sia diventato una strategia molto utilizzata dall’industria cinematografica.
Un caso particolarmente evidente è quello della The Walt Disney Company, che negli ultimi anni ha trasformato molti dei suoi classici animati in film live action. Tra questi ci sono Mulan diretto da Niki Caro, La sirenetta di Rob Marshall e Dumbo diretto da Tim Burton. Nonostante le critiche, questi film hanno spesso ottenuto ottimi risultati al botteghino. Segno che il pubblico continua a essere attratto da storie che già conosce, ma raccontate con nuove tecnologie e nuovi linguaggi visivi.
Un esempio interessante è CODA I segni del cuore, uscito nel 2021 e remake del film francese La famiglia Bélier. Il film ha vinto tre premi Oscar, incluso quello per il miglior film, diventando un caso emblematico del modo in cui l’industria americana premia alcune opere. Secondo alcuni critici, questo riconoscimento ha mostrato come oggi spesso vengano valorizzati soprattutto i temi trattati da un film , più che la sua complessità artistica o stilistica.
Il problema dei remake oggi non è tanto la loro esistenza, quanto il modo in cui vengono realizzati. Molto spesso questi film puntano più sulla riconoscibilità che sulla scoperta. Lo spettatore non viene invitato a scoprire qualcosa di nuovo, ma semplicemente a ritrovare immagini e storie già familiari. In questo senso il remake rischia di diventare un cinema delle conferme, più che delle sorprese.
Il cinema più interessante nasce spesso da una rottura, da qualcosa che rompe gli schemi e mette in discussione quello che già conosciamo. Quando questa tensione manca, il remake rischia di trasformarsi in un semplice esercizio di stile o in un’operazione nostalgica. Per questo motivo il vero problema non è rifare un film, ma farlo senza avere davvero qualcosa di nuovo da dire.
A cura di Aurora Cicco
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