La tubercolosi è una delle malattie più antiche della storia umana. Tracce della sua presenza sono state individuatepersino in resti scheletrici risalenti a oltre quattromila anni fa, nell’antico Egitto. Conosciuta per secoli come “consunzione”, a causa del progressivo deperimento fisico che provoca, la malattia ha rappresentato una delle principali cause di morette nel XIX secolo. La svolta nella comprensione scientifica della tubercolosi avviene nel 1882, quando il medico tedesco Robert Koch identificò il batterio responsabile, il Mycobacterium tuberculosis.
Questa scoperta segnò l’inizio della medicina moderna nella lotta contro la malattia. Tuttavia, solo nel XX secolo si assiste a un vero cambiamento: l’introduzione del vaccino BCG (Bacillo di Calmette-Guérin) negli anni venti e, soprattutto, la scoperta degli antibiotici negli anni guarente e cinquanta trasformando radicalmente la prognosi.
Nei paesi industrializzati, grazie al miglioramento delle condizioni igienico-sanitarie, alla diffusione delle cure antibiotiche e ai sistemi sanitari pubblici, la tubercolosi è stata progressivamente ridotta fino a non rappresentare più un’emergenza diffusa. Tuttavia, parlare di “eradicazione” è improprio: la malattia non è mai stata completamente debellata. Ancora oggi persiste in molte aree del ondo e, anche nei contesti più avanzati, continua a riemergere in come nuove e più componesse.
I dati più recenti evidenziano come la tubercolosi sia tutt’altro che comparsa, anche in Europa. Secondo il report 2026 congiunto dal’Organizzazione mondiale della sanità e del Centro europeo per la prevenzione e il controllo della malattie, il quadro attuale presenta elementi di forte preoccupazione. Sebbene le infezioni siano in calo, i risultati erstno inferiori agli obbiettivi fissati a livello internazionale. Un dato particolarmente significativo riguarda la diagnosi: circa un caso su cinque sfugge ancora all’identificazione, segnalando un importante problema di sotto diagnosi e mancante segnalazione.
Ancora più allarmante è la diffusione dei ceppi multiresistenti agli antibiotici. In Europa, questi risultano essere fino a sette volte più frequenti rispetto alla media globale. Si tratta di forma di tubercolosi più difficile da trattare, che richiedono terapie lunghe, costose e spesso meno efficaci. Nel dettaglio, circa il 23% dei nuovi casi europei presenta resistenza ai farmaci, contro una media globale significante inferiore.
Il fenomeno assume contorni ancora più critici se si osservano i dati relativi ai pazienti già trattati: oltre la metà dei cadi mostra resistenza alla rifampicina, uno degli antibiotici principali nella terapia standard. Questo evidenzia non solo la capacità del batterio di evolversi, ma anche possibili criticità nella gestione terapeutica e nell’aderenza alle cure.
Un ulteriore elemento di attenzione riguarda i più giovani. Una quota non trascurabile di nuovi casi e recidive interessa bambini sotto i 15 anni, segnalando che la trasmissione della malattia è ancora attiva all’interno delle comunità. Infine, emerge un problema sistemico: una parte significativa dei pazienti non viene adeguatamente monitorata dopo l’inizio del trattamento. Circa una una persona su cinque non riceve una rivalutazione a distanza di un anno, aumentando il rischio Din ricadute, complicanze e diffusione di ceppi resistenti.
La tubercolosi rappresenta un esempio emblematico di come una malattia ritenuta “del passato” possa riaffiorare sotto nuove forme. Se nel Novecento i progressi scientifici avevano fatto sperare in una sua definitiva scomparsa, oggi le sfide legate alla resistenza agli antibiotici, alla diagnosi precoce e alla gestione di pazienti dimostrano che la lotta è tutt’altro che conclusa. Più che un ritorno improvviso, si tratta di una presenza costante, che richiede attenzione, investimenti e una strategia sanitaria coordinata a livello globale.
A cura di Miriam Del Regno
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