30 Mar, 2026 - 15:15

Viviamo davvero dentro una bolla? Come gli algoritmi influenzano quello che vediamo online

In collaborazione con
Aurora Cicco
Viviamo davvero dentro una bolla? Come gli algoritmi influenzano quello che vediamo online

Internet ci doveva dare accesso a tutte le informazioni possibili.. e in parte lo ha fatto. Però oggi capita sempre più di vedere online contenuti molto simili tra loro, come se fossero scelti apposta per noi. Questo fenomeno si chiama filter bubble, cioè “bolla informativa”. Il termine è nato nel 2011 dal ricercatore Eli Pariser proprio per spiegare questo meccanismo: gli algoritmi selezionano accuratamente i contenuti che vediamo in base alla nostra attività online: like, ricerche, video guardati e pagine visitate diventano segnali utili per capire cosa mostrarci dopo.

In questo modo la navigazione diventa per noi più comoda e veloce. Allo stesso tempo ,però, rischiamo di entrare in una realtà informativa costruita su misura per noi, dove non incontriamo quasi mai punti di vista diversi.

Algoritmi e personalizzazione

Oggi quasi tutte le piattaforme funzionano con algoritmi: sistemi che selezionano automaticamente i contenuti. Anche social che all’inizio mostravano i post in ordine cronologico, come il vecchio “Twitter” (oggi X), hanno iniziato a dare priorità a quelli considerati più “interessanti” per ognuno di noi. Lo stesso vale per Instagram, che ha spiegato questa scelta dicendo che molte persone rischiavano di perdere gran parte degli aggiornamenti pubblicati dai propri contatti. L’idea è rendere l’esperienza più semplice e meno dispersiva.

La personalizzazione non riguarda però  solo i social: Succede anche quando Google ci mostra dei risultati diversi rispetto ad altri utenti oppure quando Spotify suggerisce musica simile a quella che ascoltiamo di solito. Ormai è una parte normale della nostra esperienza online.

Una realtà sempre più su misura

Il problema nasce nel momento in cui questa comodità diventa un limite: se vediamo quasi solo contenuti simili ai nostri interessi, rischiamo di pensare che rappresentino l’opinione di tutti. In passato erano giornali e televisione a scegliere le notizie da mostrare, ma lo facevano per un pubblico ampio. Oggi invece ognuno riceve meticolosamente informazioni diverse, costruendo una realtà personalizzata.

Delegare queste scelte agli algoritmi è facile e spesso comodo. Però significa anche rinunciare, o almeno in parte, a decidere autonomamente cosa leggere e cosa approfondire. Le filter bubbles esistono perché le piattaforme raccolgono dati su quello che facciamo online. Ogni ricerca o interazione contribuisce a costruire una rete di argomenti e un vero e proprio profilo digitale usato per suggerire nuovi contenuti.

Proprio per questo in Europa esistono regole ben precise, come il GDPR, che stabiliscono che gli utenti devono sapere come vengono utilizzati i loro dati personali. Inoltre devono poter scegliere se accettare o meno certi tipi di profilazione automatica. Negli ultimi anni l’Unione Europea ha introdotto anche altre normative, come il Digital Services Act e il Digital Markets Act, che chiedono alle grandi piattaforme più trasparenza sugli algoritmi e maggiore responsabilità nella gestione dei contenuti.

Il rischio della polarizzazione

Alcuni studi hanno mostrato che questa situazione può rafforzare le convinzioni già esistenti e aumentare la distanza tra gruppi sociali o politici. In pratica si rischia di parlare sempre con persone che la pensano come noi. Questo meccanismo può anche rendere più facile la diffusione della disinformazione. Quando leggiamo solo contenuti coerenti con quello che crediamo, diventa molto più difficile accorgerci di eventuali errori o possibili manipolazioni.

Secondo alcune ricerche molti utenti ignorano o bloccano contenuti non in linea con le proprie idee. Così la “bolla” diventa ancora più chiusa e difficile da rompere. Non tutti gli studiosi però sono d’accordo sull’impatto reale delle filter bubbles. Alcune ricerche mostrano che una parte dei contenuti che vediamo online arriva comunque da persone con idee diverse dalle nostre.

Come uscire dalla bolla

Ridurre l’effetto delle filter bubbles è possibile anche con abitudini semplici: Ad esempio cercare fonti diverse da quelle che consultiamo di solito per ampliare il nostro punto di vista. Un altro modo potrebbe essere utilizzare la navigazione in anonimo o limitare la personalizzazione degli annunci dei siti web visitati online o su app.

Infine, capire meglio come funzionano gli algoritmi è probabilmente lo strumento più importante. Essere consapevoli di questi meccanismi ci aiuta a usare Internet in modo più libero e meno automatico.

A cura di Aurora Cicco

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