30 Mar, 2026 - 16:15

Primarie centrosinistra, Rosy Bindi dice di avere la soluzione e rilancia l’ipotesi che Schlein aveva chiuso

Primarie centrosinistra, Rosy Bindi dice di avere la soluzione e rilancia l’ipotesi che Schlein aveva chiuso

Nei giorni scorsi quando si è trattato di commentare l'eventuale arrivo di un 'federatore' per costruire l'unità del campo largo, Elly Schlein ha chiaramente detto di non essere d'accordo all'arrivo di "un papa straniero".

Nessuna una terza persona esterna alla coalizione che arrivi a raccoglie - quasi all'ultimo miglio - i frutti del suo lavoro. Il leader per la segretaria dem deve essere individuato all'interno del campo progressista. Punto.

Per questo, al Nazareno non possono essere passate inosservate le parole di Rosy Bindi, che ha rimesso al centro proprio quell’ipotesi che Schlein aveva archiviato: un federatore.

Secondo l’ex ministra, infatti, né la segretaria del Pd né Giuseppe Conte sarebbero in grado, da soli, di arrivare a una sintesi. Federatore, facilitatore, mediatore, che lo si chiami come si preferisca, ma secondo Bindi è l'unica soluzione se si vuole arrivare ad un progetto unitario in tempo per le elezioni che, tra le altre cose, potrebbero arrivare anche prima del previsto.

Rosy Bindi ha anche detto di avere in mente qualcuno, un uomo, ma di non voler fare il nome per evitare di 'bruciare' le sue possibilità. Insomma, se l'intenzione era quella di unire e sanare le crepe, con le sue parole l'ex ministra ha contribuito ad aprire un nuovo fronte di tensione nel campo largo. 

Centrosinistra, Bindi spariglia: “Serve un federatore”. E rilancia l’ipotesi che Schlein aveva chiuso

Altro che primarie del centrosinistra. Altro che Schlein o Conte. Rosy Bindi rilancia l'ipotesi di una terza persona esterna, quel federatore a cui la segretaria dem credeva di aver definitivamente chiuso la porta. 

Secondo l’ex ministra serve un "federatore, facilitatore, grande mediatore, un po’ arbitro e un po’ regista", capace di far sedere allo stesso tavolo i leader e costringerli, di fatto, a collaborare. Il timore è esplicito: senza un intervento esterno, “da soli non ce la faranno”.

L’idea di un "autorevole personalità che accompagni il percorso" e conviva i due leader a fare un passo indietro per costruire un programma unitario.

L’immagine evocata è chiara: qualcuno che “apparecchi la tavola”. Anche se, per molti, è più probabile che finisca per sedersi a una tavola già pronta.
 
L'ex ministra alimenta la suspense: "Io il nome ce l’ho in testa — se c’è una possibilità che questa cosa riesca è che il nome non lo faccia io".

Per Bindi, tuttavia, non si tratta di decidere la leadership poichè l'eventuale federatore non deve necessariamente restare in campo come candidato premier. Resta però un nodo irrisolto: se il federatore non si candida, chi guiderà davvero la coalizione?

Schlein alza il muro: “Niente papi stranieri, solo primarie o consenso”

Ma come è stata presa al Nazareno la proposta di Rosy Bindi? Al momento non risultano commenti ufficiali, ma le dichiarazioni hanno suscitato dibattito nel campo largo su tempi, ruoli e leadership della coalizione.  Alcuni vedono la mossa come un tentativo di mediazione, altri come un’ingerenza nelle trattative tra Pd e M5S. 

Solo pochi giorni fa, Elly Schlein era intervenuta a mettere alcuni punti fermi sulla questione premiership, chiarendo che le strade percorribili sono solo due:

"O si fa come la destra, ovvero chi prende un voto in più. Oppure si fanno le primarie". Tertium non datur. 
A chi gli chiedeva se fosse ormai finito il tempo di 'federatori' o 'papi stranieri', aveva risposto: "Sì, quell'epoca è finita". 

Ed è proprio qui che si consuma la frattura più evidente. Le parole di Rosy Bindi non sono una semplice proposta tecnica, ma appare come una smentita politica diretta della linea tracciata da Elly Schlein.

Da una parte, la segretaria dem rivendica autonomia, legittimazione interna e un percorso trasparente — primarie o consenso elettorale. Dall’altra, Bindi certifica la sfiducia nella capacità dei leader attuali di trovare un accordo, invocando una figura esterna che, di fatto, commissari il processo.

E mentre Schlein prova a chiudere ogni spiraglio ai “federatori”, Bindi riapre la partita proprio da lì: senza un arbitro, l’unità non è alla portata.

 

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