Il delitto di Garlasco continua ad alimentare il dibattito mediatico, in attesa della chiusura delle indagini da parte della Procura di Pavia, che sembra ormai imminente a distanza di oltre un anno da quando Andrea Sempio è stato iscritto nel registro degli indagati.
Negli ultimi giorni sono emerse indiscrezioni sulla consulenza dell'anatomopatologa Cristina Cattaneo, depositata lo scorso febbraio. Secondo quanto riferito dal TG1, Chiara Poggi avrebbe tentato di difendersi dal suo assassino: sul suo corpo ci sarebbero segni di colluttazione. Un elemento nuovo rispetto a quanto ricostruito nel 2007.
Inoltre, la perizia avrebbe stabilito che il 13 agosto 2007 la vittima sarebbe stata uccisa almeno mezz’ora dopo la colazione. Una circostanza che, se confermata, potrebbe spostare in avanti l’ora del delitto e mettere in discussione l'arco temporale in cui l'omicidio è stato collocato nella sentenza di condanna di Alberto Stasi.
Le tracce di DNA trovate sotto le unghie di Chiara Poggi, attribuite dalla Procura ad Andrea Sempio, potrebbero a questo punto assumere un significato ben preciso.
"Il primo aspetto da chiarire è che siamo ancora nel campo delle indiscrezioni, quindi ogni valutazione deve restare prudente e ancorata al metodo" sottolinea a TAG24 Giuseppe Pellegrino, specializzato in Criminologia Investigativa e Scienze Forensi e criminologo per l'investigazione e la sicurezza (AICIS).
"Detto questo, se davvero la perizia medico-legale dovesse spostare in modo significativo la finestra temporale della morte, si tratterebbe di un elemento potenzialmente destabilizzante rispetto all’impianto ricostruttivo della sentenza. In criminologia forense, la 'time of death estimation' è uno degli assi portanti della ricostruzione del fatto: se cambia il tempo, cambiano anche opportunità, alibi e compatibilità delle condotte".
In una precedente intervista a TAG24, risalente allo scorso luglio, il criminologo Giuseppe Pellegrino aveva già parlato di "indagini lacunose", sostenendo l'ipotesi che più persone fossero state presenti sulla scena del crimine.
Nelle ultime settimane è tornato alla ribalta anche "ignoto 2", materiale genetico trovato sotto le unghie della vittima insieme alle tracce dell'aplotipo Y compatibile, secondo la perizia Albani, con la linea paterna del profilo biologico dell'indagato.
"In relazione al DNA presente sotto le unghie, invece, bisogna essere molto rigorosi: si tratta di una traccia che, in astratto, può indicare contatto diretto in una fase dinamica, anche 'compatibile' con un tentativo di difesa della vittima. Tuttavia, il suo valore probatorio dipende da tre fattori decisivi: quantità, qualità e contesto di trasferimento" spiega l'esperto.
"Non basta la presenza di un profilo genetico per attribuire automaticamente un ruolo attivo nel delitto; occorre dimostrare che quel DNA sia stato depositato in occasione dell’aggressione e non in un momento antecedente o per contaminazione. E, aspetto ancora più delicato – anche se oggettivamente difficile da provare – è necessario escludere che quel materiale biologico possa essere stato lasciato in un momento di legittima frequentazione o di contatto ordinario tra le parti, quindi in un contesto del tutto estraneo alla fase delittuosa. Questa è una fase centrale nella valutazione complessiva del valore probatorio della traccia rinvenuta".
Quindi, secondo il criminologo, il punto centrale è capire se queste due direttrici – cioè tempo della morte e DNA subungueale – dovessero convergere in modo coerente.
"Allora sì, si aprirebbe uno spazio serio di revisione critica della ricostruzione originaria. Ma isolati, o non adeguatamente contestualizzati, restano elementi che devono essere letti con estrema cautela".
In criminologia, evidenzia ancora Pellegrino, ogni indizio "deve trasformarsi in elemento di prova e non vive mai in modo autonomo, ma deve essere inserito in un equilibrio dinamico con tutti gli altri dati disponibili: è proprio dalla coerenza complessiva del sistema indiziario che si misura la reale tenuta di una ricostruzione. È bene sottolineare che indizi ed elementi di prova sono due cose tra loro ben distinte!"
Sempre nella precedente intervista a TAG24, Pellegrino aveva affermato di ritenere Stasi colpevole, "anche se non l'unico", dell'omicidio di Chiara Poggi. Dopo le indiscrezioni sulla consulenza Cattaneo, così come gli altri elementi finora emersi, tra cui le anomalie e i dubbi della prima indagine, è ancora convinto della sua colpevolezza?
"Da criminologo investigativo, il punto non è essere 'convinti' o meno, ma valutare la tenuta complessiva del sistema probatorio. Il primo errore da evitare è: l’innamoramento di una tesi investigativa" risponde.
"La condanna di Alberto Stasi è il risultato di un impianto indiziario che, nel tempo, è stato ritenuto coerente e convergente in sede giudiziaria. Tuttavia, se emergono nuovi elementi tecnico-scientifici – come una diversa collocazione temporale dell’evento o nuove letture delle tracce biologiche – questi non possono essere ignorati, perché in criminologia forense anche una sola variabile che cambia può incidere sull’intero equilibrio ricostruttivo. Qui entra in gioco un principio fondamentale: la prova indiziaria è un sistema dinamico, non statico. Questo significa che la responsabilità non si fonda su un singolo dato, ma sulla convergenza logica di più elementi tra loro compatibili" spiega.
Infatti, aggiunge il criminologo, se uno di questi elementi chiave viene meno, oppure cambia significato, "bisogna verificare se il sistema regge ancora oppure se si creano fratture logiche o vuoti interpretativi. Detto questo, è altrettanto importante evitare l’errore opposto: non ogni novità equivale automaticamente a un ribaltamento. In ambito criminologico e giudiziario, serve una verifica rigorosa della compatibilità delle nuove evidenze con il quadro già accertato, senza cedere né a suggestioni mediatiche né giungere a conclusioni affrettate".
Secondo Pellegrino la posizione più corretta, ad oggi, è "tecnica": non di adesione o di negazione, ma di "riesame critico".
"Se i nuovi elementi saranno solidi, coerenti e soprattutto capaci di inserirsi in modo armonico – o al contrario di rompere l’equilibrio – allora potranno incidere sulla valutazione complessiva. Diversamente, resteranno elementi marginali. In questo senso, fino a quando non emergono elementi nuovi che si inseriscano nel sistema probatorio con quella forza, coerenza e capacità di incidere sull’equilibrio complessivo che abbiamo descritto, la condanna di Alberto Stasi resta giuridicamente valida e, quindi, egli resta colpevole secondo quanto accertato in via definitiva" afferma, confermando quanto detto in precedenza.
"In criminologia e nel diritto, infatti, non si sostituisce una ricostruzione con un dubbio, ma solo con un nuovo quadro probatorio più solido e coerente del precedente. In questa ottica, da giurista, al momento, devo rispettare la condanna di Alberto Stasi. In altre parole, in criminologia non si lavora per 'certezze personali', ma per tenuta logica del quadro probatorio nel suo insieme."
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