Guerra, battaglia, duello. Il linguaggio quotidiano si sta adattando ai tempi cruenti che stiamo vivendo e le parole bellicose fanno parte dei dialoghi e degli articoli. Marco Brando su treccani.it ha scritto un saggio sull’argomento in cui sottolinea come le parole ‘trincea’, ‘prima linea’, ‘raid chirurgico’, ‘operazione militare speciale’, ‘deterrenza’, ‘danno collaterale’, ‘drone’ stanno diventando di uso comune, affiancandosi a neologismi quali ‘pro-Pal’ (“chi sostiene la causa politica del popolo palestinese”) o ‘sumud’ (“resilienza, resistenza, speranza nel futuro, solidarietà, intesi come valori culturali e politici dei palestinesi”). Il lessico della lingua italiana, complice l’aggressione russa in Ucraina, il conflitto in Medio Oriente con Israele e la Striscia di Gaza e l’attacco all’Iran, si sta adattando al presente.
Secondo Marco Brando i media e i social, che selezionano temi, immagini e parole, orientano la percezione collettiva e contribuiscono a diffondere un lessico guerresco che alimenta stati di ansia e allarme. C’è bisogno di un uso più consapevole delle parole in un tempo in cui la guerra è quella che si combatte in tante parti del mondo e non una partita di calcio combattuta o un confronto politico acceso. Ecco, “combattuta” e “acceso” sono due esempi di linguaggio bellicoso, eppure ho invitato a un uso consapevole dei termini.
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