"Fermarsi finchè si è in tempo."
Il leader della Lega, Matteo Salvini, lo ripete da settimane e lo ha ribadito anche in queste ore, a margine di un evento a Milano in vista della manifestazione sulla remigrazione in programma sabato 18 aprile.
Un appello che assume un significato più profondo alla luce dell’escalation militare nel Golfo Persico e del progressivo irrigidimento delle posizioni internazionali.
Nel frattempo, infatti, il quadro sul terreno si aggrava: il primo round di negoziati tra Washington e Teheran per un cessate il fuoco si è concluso con un nulla di fatto, mentre dalla Casa Bianca emergono segnali sempre più espliciti di un possibile intervento militare per riaprire lo stretto di Hormuz, snodo cruciale per il commercio energetico globale.
La chiusura dello stretto da parte dell’Iran rappresenta infatti non solo una mossa militare, ma una leva geopolitica capace di destabilizzare i mercati internazionali e colpire direttamente le economie europee.
In questo contesto, Salvini individua nell’eventuale invasione terrestre dell’Iran da parte degli Usa il punto di non ritorno del conflitto. Non si tratterebbe più di una guerra regionale, ma dell’innesco di un effetto domino potenzialmente globale.
Ecco, quindi, l'analisi del vicepremier sugli ultimi sviluppo della crisi iraniana.
Matteo Salvini si smarca dalle scelte di Donald Trump in Iran. Nelle ultime dichiarazioni rilasciate dal leader della Lega nelle scorse ore a Milano, si possono cogliere echi di una possibile variazione della linea del partito.
Salvini non rinnega il rapporto preferenziale con il tycoon americano, ma da "sostenitore ed amico" fa notare i rischi che determinate scelte potrebbero comportare per il destino del conflitto e della pace in occidente.
Dichiara Salvini che poi aggiunge, rispondendo a chi gli chiedeva se il suo rapporto con il presidente degli Usa Trump, dopo le ultime decisioni sulla guerra in Iran, fosse cambiato.
L'invasione di terra, sarebbe per il leader della Lega il punto di non ritorno del conflitto che rischierebbe un'escalation dalle conseguenze imprevedibili.
Il riferimento è alla minaccia - tuttavia mai confermata - del presidente USA di invadere con marine e truppe di terra l'Isola di Kharg, centro nevralgico dell'Iran.
Un timore condiviso dalle principali diplomazie europee e aggravato dalle notizie giunte in nottata da Islamabad, ovvero, quelle di un nulla di fatto nei negoziati per il cessate il fuoco tra USA e Iran.
Aggiunge Salvini, che non modifica di una virgola la posizione della Lega rispetto al rapporto con l'Unione Europea.
C'è poi il secondo preoccupante fronte di tensione, quello tra Israele e il Libano. Il governo di Tel Aviv ha continuato a bombardare Beirut nonostante sia in corso una tregua di due settimane. Tregua da cui il Libano è stato escluso.
Il Primo ministro israeliano “Benjamin Netanyahu fa gli interessi del suo Paese, che non sempre coincidono con gli interessi del mondo”, ha detto il vicepremier parlando con i giornalisti a un gazebo della Lega, a Milano.
Ha concluso Matteo Salvini.
La crisi ha implicazioni dirette per l’Italia, sia sul piano energetico sia su quello militare. La presenza di contingenti italiani in Libano, nell’ambito della missione UNIFIL, espone il Paese a rischi concreti in caso di escalation.
Domani il ministro degli Esteri, Antonio Tajani, si recherà in missione a Beirut per una serie di incontri istituzionali con il presidente della Repubblica libanese, Joseph Aoun, e con il ministro degli Affari Esteri e degli Emigrati, Youssef Rajji.
Nel corso della visita, il ministro incontrerà inoltre il contingente italiano impegnato nel Paese nell’ambito della missione Militare Bilaterale Italiana in Libano (MIBIL) e del Comitato Tecnico Militare per il Libano (MTC4L).
Avrà inoltre un collegamento in videoconferenza con il contingente italiano schierato presso la base Unifil di Shamaa.
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