Il Tribunale di Roma ha assolto in primo grado lo scrittore Roberto Saviano dall'accusa di diffamazione mossa da Matteo Salvini, vicepremier e leader della Lega, per i post del 2018 in cui lo definì "ministro della malavita".
La sentenza, emessa dopo ben otto anni di processo, riconosce l'espressione come legittima critica politica, riaprendo inevitabilmente il dibattito sulla libertà di espressione riguardante soprattutto intellettuali e politica.
Il giudice monocratico ha ritenuto che le parole di Saviano, pronunciate sui social contro l'allora ministro dell'Interno Salvini, configurino una critica politica aspra ma non diffamatoria.
Saviano aveva motivato l'espressione citando Gaetano Salvemini, che nel 1910 usò l'espressione "ministro della malavita" contro Giovanni Giolitti per denunciare un potere predatorio verso il Sud Italia, sfruttato per accaparrarsi i voti ma poi puntualmente abbandonato.
Il contesto era la polemica sulla scorta assegnata a Saviano nel 2006 per le minacce ricevute dal clan dei Casalesi: Salvini aveva prospettato di toglierla, alimentando per di più, secondo lo scrittore, un clima ostile nei suoi riguardi.
Sta di fatto che la difesa di Saviano in tribunale ha sottolineato che non si può silenziare chi critica il potere.
Il giudice ha condiviso questa linea, assolvendo lo scrittore "perché il fatto non sussiste".
Roberto Saviano, alla notizia dell'assoluzione, ha subito esultato sui social:
Lo scrittore ha accusato Salvini di aver evitato l'aula come teste e di aver giocato con slogan pericolosi, "come quando disse di volermi consegnare ai clan".
Matteo Salvini, dal canto suo, ha replicato in tv:
Il ministro ha negato di aver voluto mai eliminare arbitrariamente la scorta che protegge Saviano: si sarebbe trattato solo di una decisione tecnica.
In più, si è detto orgoglioso del suo operato "alla faccia di Saviano".
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