23 Apr, 2026 - 11:32

Dl Sicurezza, si va avanti ad oltranza: la doppia partita tra Camera e Quirinale: perché Meloni non può fermarsi proprio adesso?

Dl Sicurezza, si va avanti ad oltranza: la doppia partita tra Camera e Quirinale: perché Meloni non può fermarsi proprio adesso?

Alla Camera dei Deputati si andrà avanti ad oltranza fino all'approvazione del Dl Sicurezza.

Nel pomeriggio è passata la fiducia sul provvedimento e nella notte l'aula  ha approvato, con soli 66 voti di differenza la "seduta fiume" per l'esame del decreto tra le proteste delle opposizioni. Pause di 15 minuti ogni tre ore e tensione alle stelle a Montecitorio dove da 24 ore è in corso uno scontro senza precedenti tra maggioranza e opposizione. 

Alla luce dell'approvazione della seduta fiume, oggi - a partire dalle 10,30 - si voteranno gli ordini del giorno, mentre la votazione finale del provvedimento sarà non prima delle 11.30 di venerdì 24 aprile.

Avs, Pd, M5S e +Europa, Azione e Italia viva si sono espressi in modo contrario.
Per il segretario di +Europa, Riccardo Magi, è "un giorno buio e triste per il parlamento italiano".

Per la capogruppo del Pd, Chiara Braga, la "richiesta di deliberazione sulla seduta fiume è l'ennesima forzatura che offende il Parlamento".

Uno scontro nel merito e nel metodo. Nel merito di un provvedimento a rischio di incostituzionalità per la presenza della norma sui compensi agli avvocati in caso di successo nelle pratiche per i rimpatri volontari.

Nel metodo scelto dalla maggioranza, giudicato dall'opposizione una "forzatura", perché sordo a tutte le richieste per un supplemento di riflessione su un provvedimento che, al di là del 'pasticcio rimpatri', contiene norme sulla sicurezza pubblica che vanno ad incidere sulla vita degli italiani che stanno spaccando in due Parlamento e Paese.

Decreto Sicurezza, la doppia partita di Meloni tra Camera e Quirinale

Il governo Meloni ha scelto di tirare dritto fino all'approvazione finale che arriverà non prima di domani alle 11,30. Ha scelto di tirare avanti, intraprendendo un braccio di ferro anche con il Quirinale, perché sa di non potersi fermare.

Se non viene approvato entro il 25 aprile, il decreto decade sancendo una battuta d'arresto - che sarebbe percepita come un fallimento - per uno dei pilastri della politica del governo. 

Un fallimento che in questo momento, Giorgia Meloni e i suoi alleati non possono permettersi di aggiungere a quello sul referendum sulla riforma della giustizia e alle critiche - intensificatesi dopo lo scoppio della guerra in Iran - per una politica estera giudicata da molti troppo filo-trumpiana.

E allora si va avanti ad oltranza, giocando due partite sullo stesso tavolo: alla Camera per l'approvazione definitiva del testo senza modifiche rispetto a quello licenziato dal Senato, norma sui rimpatri volontari inclusa; al Quirinale per ottenere la promulgazione del decreto. 

Se alla Camera il governo ha in mano le carte migliori e soprattutto i numeri per approvare il testo senza bisogno delle opposizioni, al Colle parte in una posizione di svantaggio perché il Presidente della Repubblica ha messo in chiaro che non firmerà il decreto senza una modifica della legge sui rimpatri. 

Il braccio di ferro con il Colle: Mattarella potrebbe non firmare?

Scartata l'ipotesi di un emendamento al Dl Sicurezza, che non si sarebbe fatto in tempo ad approvare (poiché il testo sarebbe dovuto tornare al Senato per una terza approvazione dopo il via libera della Camera), a Palazzo Chigi si sta lavorando ad un nuovo decreto il cui solo scopo è quello di "disinnescare" la norma contestata.

Questo decreto bis dovrebbe essere licenziato dal Consiglio dei Ministri nelle prossime ore, e arrivare sulla scrivania di Mattarella per la firma insieme al Dl Sicurezza in approvazioni in Parlamento. 

La firma contemporanea di fatto renderebbe nulle le disposizioni contenute nell'articolo 31 bis (quello sui rimpatri). 

Un tecnicismo che, tuttavia, rappresenta una scommessa per il governo, perché le modifiche dell'articolo potrebbero non essere considerate adeguate a rispondere ai dettami di costituzionalità che necessari per una legge dello Stato.

Oppure dal Quirinale potrebbero considerare poco prudente la strada scelta dalla maggioranza: il secondo decreto per diventare legge a tutti gli effetti dovrà essere convertito in Parlamento, e in caso di mancata conversione la legge principale, ovvero quella considerata incostituzionale, entrerebbe in vigore.

Difficilmente, tuttavia, Palazzo Chigi invierà al Colle un testo a rischio, le interlocuzioni - che quasi certamente sono in corso in queste ore - dovrebbero servire proprio a redigere un atto condiviso e in cui siano state recepite tutte le indicazioni arrivate dal Quirinale.

I mal di pancia della maggiorana per lo stop alla norma sui rimpatri

Se l'opposizione gioca la sua partita alzando la voce tra i banchi di Montecitorio, anche la maggioranza sembra avere i nervi a fior di pelle.

Lo stop del Quirinale alla norma sui rimpatri volontari, che ricordiamo prevede un incentivo economico agli avvocati che seguono con successo le pratiche di rimpatrio volontario dei migranti, non è stato accolto favorevolmente in maggioranza. 

Il centrodestra difende la norma, sostenendo che oggi gli avvocati ricevono un compenso solo quando presentano i ricorsi contro i decreti di espulsione e che di conseguenza la norma prevista nell'articolo 31-bis andrebbe a bilanciare questo vuoto normativo.

La norma, tuttavia, non piace neanche agli avvocati che hanno chiesto al governo di eliminarla. Palazzo Chigi, però, la giudica una norma di buonsenso e di conseguenza ha deciso di non cancellarla ma di modificarla recependo le osservazioni del Quirinale, così da eliminare i rischi di incostituzionalità.

Come? Allargando la platea dei possibili beneficiari dell'incentivo, ad esempio anche ai mediatori culturali o alle associazioni per i migranti, e prevedendo il 'rimborso' anche in caso di mancato rimpatrio. 

Così la legge dovrebbe essere costituzionalmente sostenibile, molto meno dal punto di vista economico, poiché adesso di dovranno aumentare i fondi stanziati nel decreto.

Le modifiche, tuttavia, stanno creando qualche malumore tra gli alleati di centrodestra che possono essere riassunti dalle parole del deputato della Lega, Stefano Candiani a Repubblica:

virgolette
sia correttiva (la norma sui rimpatri, ndr), non di più. E se è correttiva, non deve stravolgere il contenuto. I presupposti sono quelli. Governo e parlamento vogliono avere un sistema di rimpatrio volontario davvero funzionante. 

 

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