15 May, 2026 - 11:27

FIGC, non basta scegliere Abete o Malagò: la vera sfida è rifondare il sistema calcio

FIGC, non basta scegliere Abete o Malagò: la vera sfida è rifondare il sistema calcio

La corsa alla presidenza della FIGC si presenta come uno dei passaggi più delicati per il futuro del calcio italiano. Da una parte Giancarlo Abete, uomo di sistema che conosce dall’interno i meccanismi federali; dall’altra Giovanni Malagò, figura istituzionale che punta a portare una visione più manageriale e progettuale. Ma ridurre tutto a una sfida personale sarebbe fuorviante.

Il 22 giugno, infatti, non si deciderà soltanto chi raccoglierà l’eredità di Gabriele Gravina. Quella data rappresenta soprattutto un bivio per l’intero movimento.

La mancata qualificazione nostra nazionale di calcio ai Mondiali 2026 ha mostrato in maniera definitiva che il problema non riguarda un singolo ciclo tecnico, ma la struttura di un sistema che da anni accumula ritardi, squilibri economici e difficoltà decisionali.

Abete e Malagò, con programmi diversi, partono dalla stessa certezza: il calcio italiano non può più permettersi di rimandare le riforme.

Due candidati, due approcci diversi

Le proposte dei due candidati raccontano visioni differenti, ma non opposte.

Abete mette al centro la macchina federale. Il suo programma insiste sulla necessità di restituire alla FIGC una funzione più forte, capace di decidere senza essere bloccata dai rapporti di forza tra componenti e Leghe. Il riferimento alla crescita del peso della Serie A è significativo: negli ultimi anni la lega del massimo campionato ha acquisito una centralità che, secondo Abete, rischia di limitare l’azione della federazione su temi chiave.

Malagò guarda invece al sistema da una prospettiva più ampia. La sua proposta punta su una federazione meno burocratica e più orientata all’esecuzione, con investimenti su giovani, impianti e sviluppo strategico. La trasformazione di Centro Tecnico Federale di Coverciano in un hub di scouting e analisi dati è il simbolo di questa visione: un calcio più moderno, più integrato, più vicino ai modelli internazionali.

Il confronto, quindi, non è tra conservazione e cambiamento. Entrambi vogliono cambiare. La differenza sta nel modo in cui intendono farlo.

Il nodo vero è la sostenibilità del professionismo

La crisi della federazione nasce anche da una crisi economica. Da anni il calcio italiano spende più di quanto produce e fatica a reggere la propria struttura.

Abete affronta direttamente il tema della riforma dei campionati. L’Italia mantiene un professionismo molto esteso, soprattutto se confrontato con altri Paesi europei. Questo significa più società, più costi e spesso meno stabilità. Per questo il candidato propone una riduzione graduale, accompagnata da misure che evitino contraccolpi ai club.

Malagò, invece, punta su una crescita dei ricavi. La sua strategia si basa sulla modernizzazione del prodotto calcio: nuovi stadi, valorizzazione dei diritti audiovisivi, lotta alla pirateria e rilancio internazionale della Serie A.

Le due strade sono diverse, ma entrambe rispondono alla stessa domanda: come rendere sostenibile un sistema che negli ultimi anni ha accumulato perdite enormi e continua a dipendere da modelli superati?

Giovani e Nazionale: il problema è a monte

La mancata qualificazione al Mondiale ha riacceso il dibattito sul talento italiano, ma la crisi tecnica non nasce in Nazionale. Arriva molto prima.

I numeri sugli under 21 italiani in Serie A confermano una tendenza ormai consolidata: i giovani trovano poco spazio e vengono valorizzati meno rispetto ad altri grandi campionati europei. Questo limita il ricambio, abbassa il valore del patrimonio tecnico e indebolisce la competitività internazionale.

Abete individua la soluzione nella riforma della formazione. Vuole intervenire sul Settore Tecnico, sul Settore Giovanile e sulla preparazione degli allenatori, con corsi più accessibili e diffusi sul territorio.

Malagò insiste invece sulla creazione di una filiera strutturata che colleghi scuola calcio, settore giovanile, Primavera, Serie C e Serie B. Una rete che accompagni il talento verso il professionismo.

Il punto in comune è evidente: il calcio italiano non soffre per mancanza di ragazzi promettenti, ma per la difficoltà di portarli davvero ai massimi livelli.

La base resta il cuore del sistema

Nel dibattito nazionale spesso si guarda solo al vertice, ma una parte decisiva del voto e del futuro passa dal calcio di base.

Abete, forte del suo ruolo nella Lega Nazionale Dilettanti, dedica grande attenzione alle società dilettantistiche. Le difficoltà legate al Decreto Legislativo 36/2021, ai costi energetici e alla burocrazia rischiano di mettere in crisi il tessuto che alimenta il movimento.

Malagò, pur con un approccio diverso, riconosce la centralità del dilettantismo come presidio sociale e territoriale. La sua idea di uno sportello unico digitale e di una semplificazione amministrativa punta a ridurre il peso organizzativo sulle piccole società.

È un aspetto cruciale: senza base non esiste vertice. E senza il lavoro quotidiano di migliaia di club, il sistema si impoverisce inevitabilmente.

La vera sfida arriva dopo il 22 giugno

L’elezione del nuovo presidente sarà soltanto il primo passaggio. La vera prova comincerà subito dopo.

Chiunque vinca, dovrà confrontarsi con una federazione che ha bisogno di ritrovare autorevolezza, con campionati da ripensare, con una Nazionale da rilanciare e con una struttura economica che non può continuare così.

Per questo la sfida tra Abete e Malagò va letta oltre i nomi. Il problema non è soltanto scegliere il presidente giusto, ma capire se il calcio italiano è davvero pronto a riformare se stesso.

Per anni il sistema ha rimandato, affidandosi al prestigio della propria storia. Oggi non basta più. E il 22 giugno sarà soltanto l’inizio di una decisione molto più ampia: cambiare davvero o continuare a inseguire il passato.

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