30 May, 2026 - 08:05

I 'lestofanti' del calcio italiano secondo Baldini: ecco chi tiene davvero i fili del sistema fallimentare

I 'lestofanti' del calcio italiano secondo Baldini: ecco chi tiene davvero i fili del sistema fallimentare

Nel calcio italiano ci sono parole destinate a lasciare il segno. Non perché individuino necessariamente dei colpevoli, ma perché riescono a sintetizzare in poche sillabe un malessere che si trascina da anni. È il caso del termine "lestofanti", utilizzato da Silvio Baldini per descrivere coloro che, a suo giudizio, avrebbero contribuito a portare il movimento azzurro in una crisi sempre più profonda.

Una definizione forte, provocatoria, che inevitabilmente sposta l'attenzione oltre il campo e oltre i risultati. Perché il problema del calcio italiano non può più essere ridotto a una partita persa, a una generazione meno talentuosa delle precedenti o agli errori di un singolo allenatore. Le difficoltà della Nazionale e il progressivo ridimensionamento del nostro calcio affondano le radici in questioni molto più profonde, legate alla gestione del sistema, alle strategie dei club e alla capacità della classe dirigente di costruire una visione per il futuro.

Ma chi sarebbero davvero questi "lestofanti" evocati da Baldini? Più che cercare nomi e cognomi, è forse più utile analizzare quelle dinamiche che negli anni hanno finito per frenare la crescita del calcio italiano.

La cultura del risultato immediato

Uno dei principali problemi del sistema riguarda la mancanza di programmazione. Da troppo tempo il calcio italiano vive schiacciato sull'urgenza del presente, incapace di guardare oltre la stagione in corso.

Allenatori esonerati dopo pochi mesi, dirigenti giudicati esclusivamente sulla base dei risultati immediati e società costrette a inseguire obiettivi sempre più pressanti hanno creato un contesto nel quale la pianificazione a lungo termine è diventata un lusso.

In altri Paesi europei i progetti sportivi vengono costruiti nell'arco di diversi anni. Si investe sui giovani, si accettano periodi di transizione e si lavora seguendo una linea precisa. In Italia, invece, ogni sconfitta viene vissuta come una catastrofe e ogni vittoria come una soluzione definitiva. Un approccio che genera instabilità e impedisce la crescita di un sistema competitivo nel lungo periodo.

Quando il mercato diventa più importante del campo

Tra le critiche più frequenti rivolte al calcio moderno c'è quella relativa all'eccessiva centralità degli interessi economici.

Naturalmente il calcio professionistico è un'industria e nessuna società può prescindere dai bilanci. Tuttavia, secondo molti osservatori, negli ultimi anni il peso delle operazioni finanziarie avrebbe finito per superare quello delle valutazioni tecniche.

Plusvalenze, cessioni strategiche, prestiti e operazioni di mercato rappresentano ormai una componente fondamentale della vita dei club. Il rischio, però, è che il progetto sportivo venga subordinato alle esigenze economiche del momento.

Quando il mercato diventa un obiettivo e non uno strumento, la costruzione di una squadra competitiva passa inevitabilmente in secondo piano. È una delle accuse che più spesso vengono mosse a un sistema considerato incapace di coniugare sostenibilità e crescita tecnica.

I giovani italiani: un patrimonio poco valorizzato

Ogni volta che si parla della crisi del calcio italiano emerge inevitabilmente il tema dei giovani.

Le nazionali giovanili continuano a produrre talenti interessanti e molti settori giovanili lavorano con competenza. Eppure il salto verso il calcio professionistico resta uno degli ostacoli più difficili da superare.

La pressione del risultato porta spesso gli allenatori a preferire calciatori già formati e con maggiore esperienza. Allo stesso tempo, molte società ritengono meno rischioso affidarsi a profili pronti piuttosto che investire sul percorso di crescita dei propri ragazzi.

Il risultato è sotto gli occhi di tutti: numerosi giovani promettenti faticano a trovare continuità e arrivano al calcio di vertice con meno esperienza rispetto ai loro coetanei delle altre grandi nazioni europee.

Una Nazionale competitiva nasce prima di tutto dai campionati e dalla capacità dei club di costruire un percorso credibile per i propri talenti.

Una classe dirigente spesso sotto accusa

Quando Baldini parla di chi "tiene i fili" del sistema, il riferimento sembra inevitabilmente coinvolgere anche la governance del calcio italiano.

Da anni il movimento viene accusato di soffrire una cronica mancanza di visione strategica. Le varie componenti del sistema – club, leghe, federazione e organismi di rappresentanza – appaiono spesso impegnate a difendere interessi diversi senza riuscire a convergere su un progetto comune.

Le discussioni sulle riforme dei campionati, sulla sostenibilità economica, sulla valorizzazione dei giovani e sul futuro delle competizioni si trascinano da tempo senza produrre cambiamenti radicali.

Nel frattempo, altri Paesi hanno saputo rinnovarsi, investendo in modelli organizzativi più moderni e in strategie di sviluppo capaci di garantire risultati nel medio e lungo periodo.

Il ritardo infrastrutturale

Tra i grandi limiti del calcio italiano c'è anche una questione strutturale che spesso passa in secondo piano nel dibattito pubblico.

Molti impianti continuano a essere tra i più vecchi d'Europa e numerosi club operano in contesti lontani dagli standard internazionali. Stadi moderni, centri sportivi all'avanguardia e strutture dedicate alla formazione rappresentano oggi strumenti fondamentali per lo sviluppo di qualsiasi movimento sportivo.

Paesi come Inghilterra, Germania e Francia hanno investito massicciamente in questi ambiti, trasformando il calcio in un sistema capace di generare ricchezza, qualità tecnica e attrattività.

L'Italia, invece, continua a scontare ritardi accumulati nel corso degli anni, con conseguenze evidenti sia sul piano economico che su quello sportivo.

La ricerca continua di un colpevole

Forse il problema più insidioso è però culturale. Dopo ogni delusione si cerca immediatamente un responsabile: l'allenatore, il dirigente, il presidente o il singolo giocatore. È un meccanismo che si ripete ciclicamente e che spesso impedisce di affrontare le cause profonde delle difficoltà.

Cambiano i protagonisti, ma il sistema resta sostanzialmente identico. Si sostituiscono figure apicali, si annunciano rivoluzioni e si promettono cambiamenti, ma raramente si interviene sulle dinamiche che hanno generato i problemi.

È una cultura dell'emergenza che negli anni ha rallentato qualsiasi tentativo di riforma strutturale.

Oltre la provocazione: il vero significato dei "lestofanti"

La forza delle parole di Baldini sta soprattutto nella loro capacità di spostare il dibattito dal campo al sistema. I "lestofanti" non devono necessariamente essere interpretati come persone specifiche, ma come il simbolo di tutte quelle logiche che hanno contribuito a frenare la crescita del calcio italiano.

La mancanza di programmazione, l'ossessione per il risultato immediato, la difficoltà nel valorizzare i giovani, gli interessi particolari che prevalgono su quelli collettivi e il ritardo nelle infrastrutture rappresentano tasselli di un quadro più ampio.

Se il calcio italiano vuole davvero tornare protagonista, il cambiamento non potrà limitarsi alla sostituzione di qualche dirigente o all'arrivo di un nuovo allenatore. Servirà una revisione profonda del sistema, delle sue priorità e della sua cultura.

Perché il fallimento non nasce da una singola partita persa o da una generazione meno brillante delle precedenti. Nasce da anni di scelte discutibili, di occasioni mancate e di riforme rinviate. Ed è proprio lì, probabilmente, che Baldini invita a cercare i veri "lestofanti" del calcio italiano.

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