Immaginate di trovarvi seduti in terra, spalle al muro, in un piccolo stanzino senza finestre. Dinanzi a voi un grande serpente velenoso dai colori brillanti striscia sul pavimento, puntandovi. Lentamente, con calma, giusto per torturarvi un po’, per inebriarsi con l’odore della paura prima di attaccarvi. Dietro di voi nessuna via d’uscita. La vostra fronte si fa via via sempre più madida. La gola si stringe, come se una grossa cintura di cuoio vi avvolgesse il collo comprimendolo fino quasi all’asfissia. I vestiti ora li sentite pesanti, appiccicati alla pelle bagnata d’un sudore che pare colla. Lui vi osserva, calmo, guardandovi sadicamente dritto negli occhi con le sue pupille ambrate e piccine, tonde come due bottoni.
Adesso provate a immaginare che quel serpente sia un uomo, un criminale che mira a voi e alla vostra famiglia con l’unico intento di insinuarsi, diabolico, nella vostra casa per sconvolgerne gli equilibri, per spezzare la serena quotidianità che avete costruito, mattone dopo mattone, in anni di matrimonio. E non solo: la distruzione della vostra carriera e, addirittura, della vostra reputazione sembra essere divenuta la ragione di vita di quel fuorilegge. Ecco, credo che fosse più o meno questa la sensazione soffocante di assedio che voleva trasmettere al lettore John D. MacDonald nel suo romanzo dell’orrore Il promontorio della paura (The Executioners), pubblicato tra il 1957 e il 1958.
Nel 1943 l’avvocato Sam Bowden, durante una notturna passeggiata solitaria, sorprese un individuo a stuprare una donna. L’uomo si chiamava Max Cady. Testimoniando poi al processo, Sam aveva così contribuito a far condannare Cady alla pena dell’ergastolo. Però, durante l’estate del ’57, inaspettatamente Max uscì di prigione deciso a rintracciare Sam e i suoi familiari per perseguitarlo e mettere in atto una lenta e maligna vendetta.
John D. MacDonald, nelle sue pagine ad alta tensione, scrisse di stalking in un’era in cui il reato ancora non esisteva. Difatti, la prima volta in assoluto che lo stalking entrò in un codice penale fu nel 1990, in California. Nel 1962 il regista J. Lee Thompson presentò al pubblico il suo lungometraggio Cape Fear, basato sulla sceneggiatura di James R. Webb, tratta proprio dal romanzo di MacDonald. Gregory Peck e Robert Mitchum, rispettivamente nei ruoli di Sam Bowden e Max Cady, si sfidavano all’ultimo sangue in una pellicola assai originale per l’epoca.
Furono poche le differenze apportate dal libro alla sceneggiatura, ad esempio: Cady, anziché all’ergastolo, era stato condannato a otto anni per aver picchiato una donna fino quasi a ucciderla. I figli di Bowden da tre passarono a una soltanto. Infatti, nel film, l’unica figlia a figurare era la piccola Nancy Bowden. L’opera ottenne un grande successo, ma alcuni critici trovarono eccessiva la rappresentazione della violenza e dei propositi di vendetta. Del resto, al tempo il cinema era cosa relativamente nuova e gli spettatori non erano di certo preparati alla visione di una simile brutalità, seppur edulcorata. Sì, perché se dovessimo paragonare le scene del primo Cape Fear con il mercato dell’orrore contemporaneo, a momenti potremmo considerarla una commedia (…).
Nel 1990 il cineasta Martin Scorsese fu messo al comando di un remake omonimo. In principio doveva essere Steven Spielberg a dirigerlo, ma alla fine rifiutò, reputandolo un progetto troppo feroce e, invece, cominciò a girare quello che poi divenne uno dei suoi fuori all’occhiello: Schindler's List (1993). Dunque, fu fatto un ulteriore adattamento del soggetto, introducendo nella trama una sessualità predatoria. La figlia dei Bowden, stavolta chiamata Danielle, era un’adolescente adescata da Cady al fine di manipolarla, nel tentativo di introdurla nell’universo del sesso.
La sceneggiatura di Wesley Strick – di cui consiglio Hitched (2001), il suo film per la TV, che fa riferimento al telefilm poliziesco Matlock (1986-1995) – era molto più spietata, risultando crudele, disturbante, esplicita, oscena, addirittura barbara. L’opera, che ha scioccato e sciocca tuttora intere generazioni, è una delle più riuscite di Scorsese, con un iconico Robert De Niro nei panni di Max Cady. Pensate che Cape Fear fu il settimo lungometraggio che girarono insieme. Ad oggi, sono dieci.
Secondo voi è possibile riprendere un capolavoro di uno dei cineasti più straordinari al mondo senza farne un pasticcio? Dopo aver visto Cape Fear, l’ultimissima miniserie horror, secondo me sì. Il soggetto, adattato per la terza volta, è stato stravolto, ma senza perdere qualità. Questo dimostra che quando una storia è di livello, proprio come un brano musicale ben scritto, può essere smontata e riproposta in centinaia di modi. L’ideatore in questo caso è Nick Antosca, già conosciuto per le sceneggiature di Jukai – La foresta dei suicidi (2016) e Antlers – Spirito insaziabile (2021).
La trama qui è ambientata nei giorni nostri e l’ormai famoso Sam Bowden non è più un uomo bensì una donna, sempre avvocato, di nome Anna, interpretata dall’attrice Amy Adams. Javier Bardem è Max Cady, un ex ristoratore condannato per l’omicidio della moglie incinta. Anna all’epoca del processo rappresentava la difesa, ma durante il procedimento, con la scoperta di nuove prove, decise di collaborare col PM Tom Bowden (Patrick Wilson) per far imprigionare Cady. Tra i due avvocati era poi nato del tenero e in seguito si sposarono.
Quattordici anni dopo Max viene scarcerato, perché la madre, prima di suicidarsi, ha lasciato un biglietto nel quale confessa di essere stata lei a commettere il crimine. Anna, che adesso si occupa del recupero di detenuti ingiustamente condannati, è convinta però che dietro alla morte della signora Cady ci sia lo stesso Max, credendolo ancora colpevole. Difatti, dal momento della sua liberazione, cominceranno a verificarsi delle strane e inquietanti coincidenze intorno alla famiglia Bowden.
Se nel romanzo e nelle due pellicole i ruoli femminili rappresentano delle figure marginali, soprattutto la moglie di Sam, al centro della narrazione della serie c’è una donna. Per quanto il dramma venga condiviso con il marito Tom e i figli Zack (Joe Anders) e Natalie (Lily Collias), la vera protagonista è Anna, che va a sostituire il vecchio personaggio principale. E questo è perfettamente coerente col periodo storico in cui viviamo oggi, dove le donne stanno ottenendo, in ogni settore lavorativo, la considerazione che meritano.
Cape Fear qui affronta diverse tematiche attuali, come il revenge porn, i processi mediatici, la necessità di recupero degli innocenti condannati ingiustamente per un corretto reinserimento sociale, la giustizia e l’ambiguità morale, la pressione sociale che possono esercitare i media e la libera pubblicazione di contenuti sui social network da parte di chiunque. Devo ammettere che all’inizio mi è stato impossibile non pensare ad Alberto Stasi e a tutti i procedimenti giudiziari, avvenuti nel nostro Paese, che sono stati influenzati dalla gogna pubblica.
L’unico aspetto che ho trovato controverso è che, nell’intento di strafare, lo sviluppo narrativo in alcuni momenti risulta un minestrone troppo carico. Il nuovo Cape Fear è una critica spietata della società moderna e di quanto, ormai, sia facile insinuarsi nella tranquillità altrui per destabilizzarla con propositi di vendetta. Rispetto ai due lungometraggi, inoltre, viene esplorata molto più a fondo l’arte della manipolazione psichica, con un Javier Bardem impeccabile e dagli inediti occhi azzurri. Tra i produttori anche Martin Scorsese e Steven Spielberg. Sempre splendida Amy Adams. Dopo Presunto innocente, un'altra ottima miniserie remake dei grandi classici thriller/horror proposta da Apple TV. 4 stelle su 5.
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
I campi obbligatori sono contrassegnati con *