Si incontravano nei parchi di Bruxelles, un paio di volte l'anno. Un funzionario ungherese della Commissione europea e V, diplomatico affabile della rappresentanza permanente di Budapest che il primo sapeva già essere un ufficiale dei servizi sotto copertura. A un certo punto V ha tirato fuori un foglio da firmare, la carta che avrebbe fatto del funzionario un "collaboratore segreto" dell'intelligence, e ha offerto di finanziare un'associazione a cui l'altro teneva. Il funzionario ha rifiutato. La scena l'hanno ricostruita nell'ottobre 2025 il collettivo ungherese Direkt36 con Der Spiegel, De Tijd, Der Standard e Paper Trail Media, dopo aver sentito oltre una dozzina di fonti interne.
Per mesi è rimasta giornalismo. Il 1° luglio 2026 è diventata un fatto ufficiale: POLITICO ha rivelato un documento della Commissione europea, datato aprile 2026, che conferma per la prima volta l'esistenza della rete e il fatto che puntasse ai funzionari dell'Unione.
Il documento porta la firma di Piotr Serafin, commissario al Bilancio e alla lotta antifrode, incaricato di indagare sulle accuse. Tra il 2013 e il 2016, ha accertato, i servizi ungheresi hanno mandato diversi ufficiali a lavorare nella rappresentanza permanente. All'inizio con discrezione, poi, dal 2015, in modo sempre più scoperto. Gli agenti avvicinavano i funzionari della Commissione di nazionalità ungherese per raccogliere informazioni riservate sui dossier che interessavano al governo di Viktor Orbán (Fidesz), oltre i compiti di un normale diplomatico. Secondo il documento le attività si sono fermate nel 2016; la ricostruzione giornalistica colloca nel 2017 lo smascheramento di V e il crollo dell'intera rete.
Serafin però mette agli atti la conclusione che pesa di più: con gli strumenti limitati della Commissione è impossibile attribuire responsabilità individuali oltre a quella degli ufficiali stessi. E nessuna falla grave alla sicurezza risulta accertata. Un'indagine che riconosce una rete spionistica dentro le istituzioni europee e la chiude senza un solo nome.
Un nome, però, la vicenda ce l'ha, ed è quello su cui tutti tornano da mesi: Olivér Várhelyi. Nel 2015, l'anno in cui l'attività diventava più scoperta, Várhelyi è diventato ambasciatore ungherese presso l'Unione e ha guidato la rappresentanza fino al 2019. Ci lavorava dal 2011. Oggi siede nella Commissione von der Leyen come commissario alla Salute e al benessere animale.
Várhelyi ha sempre negato. Il 12 gennaio 2026, davanti alla commissione per il controllo dei bilanci del Parlamento, ha detto di non sapere nulla di quelle accuse e di non essere mai stato avvicinato dai servizi, dice. Alla presidente Ursula von der Leyen aveva assicurato lo stesso già l'anno prima. La Commissione non ha trovato prove di un suo coinvolgimento personale, e alla richiesta di commento di POLITICO non ha risposto.
Intanto le dimissioni gliele chiedono da mesi. Nell'ottobre 2025 decine di eurodeputati le domandavano; Daniel Freund (Verdi) e Martin Schirdewan (Sinistra) mettono Várhelyi davanti a un bivio secco, o sapeva degli agenti o non controllava i suoi uomini, e in tutti e due i casi non può restare commissario. Ad aprile 2026 la stessa commissione per il controllo dei bilanci lo ha giudicato sotto gli standard richiesti. Eppure è ancora lì.
Perché? Nel novembre 2025 il Partito popolare europeo, la famiglia politica di von der Leyen, ha bloccato la commissione d'inchiesta che il Parlamento voleva aprire. La ragione, allora, era che colpire Várhelyi avrebbe aiutato Orbán in piena campagna elettorale ungherese. Lo scudo, del resto, aveva una data di scadenza.
Resta il movente. Spiare Bruxelles serviva a Orbán per conoscere in anticipo le mosse che minacciavano i suoi interessi, i soldi soprattutto. La Commissione tiene congelati all'Ungheria circa 18 miliardi di euro tra fondi di coesione e fondi Covid, per le violazioni dello stato di diritto. E non è la prima volta: Direkt36 aveva già documentato la sorveglianza sugli ispettori dell'OLAF, l'ufficio antifrode europeo, mentre indagavano su Elios, la società dell'allora genero di Orbán István Tiborcz, sospettata di aver dirottato fondi Ue.
Poi, il 12 aprile 2026, Orbán ha perso le elezioni. Il partito Tisza di Péter Magyar, ex uomo di Fidesz passato all'opposizione, ha vinto con una maggioranza dei due terzi, oltre 130 dei 199 seggi, con un'affluenza record vicina all'80%. Sedici anni di potere finiti in una notte.
E qui la storia si chiude su sé stessa. Magyar, prima di fondare Tisza, aveva lavorato proprio in quella rappresentanza permanente, tra il 2011 e il 2015. Dice di aver sempre saputo degli agenti e di essere stato lui stesso intercettato. Su Várhelyi non usa giri di parole: l'ex ambasciatore non avrebbe raccontato tutta la verità.
La rete è crollata quasi dieci anni fa, con V smascherato e le firme mai arrivate. Quello che il documento di aprile 2026 misura davvero è il tempo: quanto Bruxelles ha aspettato prima di dirlo ad alta voce, mentre l'uomo che guidava quella sede negli anni degli agenti sedeva, e siede ancora, tra i commissari europei.
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