Ultimo weekend a disposizione del centrodestra per trovare l'intesa sulle preferenze. Se il dossier arrivasse in Aula senza un accordo politico, la legge elettorale potrebbe trasformarsi in un test sulla tenuta della maggioranza, con l'incognita del voto segreto e dei franchi tiratori.
La partita sulla legge elettorale che si sta giocando in queste ore, tra Palazzo Chigi e le segreterie dei partiti, infatti, non è solo procedurale ma anche e soprattutto politica. Riguarda gli equilibri interni del centrodestra e la capacità di compattarsi su un tema divisivo.
Il nodo su cui gli alleati non hanno ancora trovato una sintesi è quello delle preferenze, il cui ritorno non è previsto nel testo dello Stabilicum che è arrivato alla Camera.
La timeline è serrata: martedì 14 luglio iniziano le votazioni alla Camera per il primo via libera alla riforma. Ma la scadenza cerchiata in rosso sui calendari della maggioranza è quella di lunedì 13 luglio, quando scadono i termini per presentare gli emendamenti.
Ci sarà anche un emendamento per la reintroduzione delle preferenze e, se sì, sarà condiviso da tutto il centrodestra?
I termini dello scontro sono chiari: Fratelli d'Italia e Noi Moderati spingono per un emendamento che introduca le preferenze, mentre Lega e Forza Italia sono contrari. Restano solo 48 ore per trovare una mediazione e arrivare in Aula con una posizione unitaria.
La partita decisiva si giocherà lunedì in Commissione, dove si discuteranno e voteranno gli emendamenti. E' il momento in cui la maggioranza dovrà decidere se arrivare in Parlamento con una posizione comune, oppure, in ordine sparso.
La partita è delicata. La maggioranza deve decidere se lasciare tutto com'è e portare il testo in Aula senza preferenze; approvare un emendamento concordato, oppure, correre il rischio di una proposta non condivisa con gli alleati.
Le ultime due possibilità aprono a due scenari possibili.Nel primo la maggioranza trova un accordo in Commissione su un emendamento condiviso, che viene approvato e diventa parte integrante del testo di legge.
Il secondo scenario è un po' più problematico, poiché prevede che la maggioranza non arrivi ad un accordo e la questione approdi alla Camera, dove un voto sulle preferenze potrebbe trasformarsi in un test pubblico sugli equilibri interni alla coalizione.
E' proprio questo lo scenario che i colloqui di queste ore stanno cercando di evitare. Ecco perchè il passaggio in Commissione Affari Costituzionali sarà decisivo per trovare una sintesi politica. In questa fase, la maggioranza può ancora gestire il dossier e arrivare in Parlamento con una posizione unitaria.
La legge elettorale si è trasformata in un banco di prova della tenuta interna della maggioranza.
Equilibri e divisioni, che l'approdo a Montecitorio del dossier preferenze potrebbe rendere palesi.
Il vero timore della maggioranza non è soltanto perdere un voto sulle preferenze, ma mostrare per la prima volta una frattura che i vertici non riescono a ricomporre prima della prova dell'Aula.
Ed è qui che la vicenda può diventare il possibile "canto del cigno" della capacità di mediazione della maggioranza. Quella capacità che fino ad oggi ha consentito al centrodestra di arrivare sempre compatto al voto dell'Aula.
L'ipotesi preoccupa i vertici del centrodestra, poiché il rischio di arrivare in Aula senza un accordo politico sul nodo preferenze lascerebbe spazio ai franchi tiratori per mettere in difficoltà il governo.
Una possibilità che la maggioranza vuole evitare perché, in caso di scrutinio segreto, i numeri diventerebbero meno prevedibili e i gruppi parlamentari più difficili da controllare.
Nessuno ne ha parlato apertamente, ma l'eventualità è stata evocata in più occasioni, non perché sia certa, ma perché potrebbe essere un'opzione. Un'opzione che potrebbe aprire scenari fino ad oggi inediti per la maggioranza di Giorgia Meloni.
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