17 Jul, 2026 - 10:45

Ma gli italiani le vorrebbero le preferenze? La partita non è chiusa: la decisione che verrà presa in queste ore

Ma gli italiani le vorrebbero le preferenze? La partita non è chiusa: la decisione che verrà presa in queste ore

Come dicono i francesi, à la guerre comme à la guerre. Ma, a proposito di legge elettorale, gli italiani le vorrebbero queste benedette preferenze?

Il popolo sovrano vorrebbe avere di nuovo il diritto di mettere la croce su un nome e cognome di un candidato oltreché, alquanto alla cieca, su un simbolo di partito?

Secondo il sondaggista Antonio Noto, sì.

Anzi: stando alla sua rilevazione, molti italiani non vanno a votare proprio perché sentono che, in fondo, senza poter esprimere nemmeno una preferenza, è un esercizio inutile. Se non possono indicare il parlamentare in carne e ossa da cui vogliono essere rappresentati preferiscono restarsene a casa.

Meglio l'Aventino, meglio lo sciopero del voto che sentirsi strumenti delle segreterie dei partiti, laddove si decidono, sulle loro teste, i futuri parlamentari con le liste bloccate.

E quindi: quello di Noto Sondaggi è uno studio che, con ogni probabilità, peserà nella decisione più importante che in queste ore è chiamata a prendere Giorgia Meloni: riprendere o no in Senato la sua battaglia per l'introduzione, appunto, delle preferenze.

Gli italiani e le preferenze: la partita che si sta giocando

Il primo tempo della partita delle preferenze da inserire o meno nella nuova legge elettorale è finito come tutti sappiamo: protetti dal voto segreto, i franchi tiratori hanno messo in minoranza il governo che, sebbene con un compromesso che manteneva bloccati i capilista, le proponeva.

Ora, poiché l'Italia ha - unico caso nel mondo delle democrazie avanzate - un sistema bicamerale perfetto, dove il Senato fa le stessissime cose della Camera dei Deputati, a Giorgia Meloni spetta la scelta se giocare la partita fino in fondo e, quindi, riproporre l'emendamento delle preferenze anche a Palazzo Madama, oppure accontentarsi del risultato finale che ha raggiunto in ogni caso ieri a Montecitorio, dove la nuova legge elettorale, senza preferenze, è stata approvata con 217 sì, 152 no e 2 astenuti.

La tentazione di non farla finita qui, alla premier arriva proprio dai numeri del sondaggio di Noto che oggi sono stati pubblicati dal Giornale.

Il 63% degli italiani si dichiara favorevole all'introduzione delle preferenze nelle prossime elezioni politiche.

Come dire: un bel bocconcino. Da leccarsi i baffi. Tanto più che lo stesso Noto ha osservato:

virgolette
Sono numeri, quelli del sondaggio, che raccontano una distanza significativa tra la decisione assunta dai parlamentari che hanno bocciato l'emendamento sulle preferenze e la volontà dell'opinione pubblica

Cosa significa? Che se la Giorgia nazionale non vuole perdere la popolarità che l'ha caratterizzata finora nonostante quasi 4 anni di governo, dovrebbe continuare la battaglia sulle preferenze a testa bassa?

Solo il 18% degli italiani, dice sempre Noto, è contro di loro. Se poi si restringe il campione a coloro i quali votano centrodestra, la percentuale scende al 13%.

Ma non solo: tra coloro i quali, nel 2022, in occasione delle ultime politiche, si sono astenuti, le preferenze risultano determinanti addirittura per il 68%.

E insomma: non proprio bruscolini. Senza contare che anche il 55% di chi si professa del Campo largo vuole le preferenze, c'è tutto un popolo che non aspetta altro per andare di nuovo a votare. Come, del resto, già prima del sondaggio di Noto, aveva avvertito un politologo della stazza di Roberto D'Alimonte. 

La partita di Giorgia Meloni

Ma tant'è: Meloni, in queste ore, ha ben chiari anche i rischi che si assumerebbe se decidesse di giocare la partita delle preferenze anche in Senato.

È vero che a Palazzo Madama non c'è voto segreto e, di conseguenza, trippa per franchi tiratori. 

Ed è vero anche che le "franche tiratrici" potrebbero essere tranquillizzate, garantite e convertite dal correttivo che imporrebbe l'alternanza di genere (anche per i capilista bloccati). 

Epperò: con il correttivo del Senato, si metterebbe in moto di nuovo la famigerata navetta parlamentare. La legge elettorale, questa volta con le preferenze, dovrebbe tornare per una nuova approvazione alla Camera.

E lì, magari anche con un all in, mettendo la fiducia, Meloni e centrodestra si giocherebbero davvero l'osso del collo.

Se ci fosse un nuovo voto segreto e il governo andasse di nuovo sotto, la premier perderebbe in un sol colpo tutto quanto costruito negli ultimi anni: Palazzo Chigi, maggioranza e alleati.

A quel punto (più o meno si è calcolato che saremmo a ottobre), Meloni si ritroverebbe con il resto di niente in mano.

Certo, con la possibilità di accreditarsi una battaglia popolare, quella delle preferenze. Ma senza più governo e senza nemmeno la nuova legge elettorale.

Per questo, molti le stanno consigliando di accontentarsi della legge così come è uscita ieri dalla Camera: comunque prevede il premio di maggioranza (alla coalizione che raggiunge il 42%); comunque prevede l'indicazione sulla scheda elettorale del nome del candidato premier (cosa che mette in difficoltà il Campo largo); comunque prevede la cancellazione dei collegi uninominali (che, stando ai sondaggi, il centrodestra perderebbe in quasi tutto il Sud). 

Come dire: chi si accontenta gode. Ma sarà questa la scelta di Giorgia Meloni? 

Sempre in riferimento ai francesi: quando Enrico IV pronunciò la famosa frase

virgolette
Parigi val bene una messa

lo fece convertendosi al cattolicesimo. In altre parole: scendendo a un compromesso.

LEGGI ANCHE
LASCIA UN COMMENTO

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
I campi obbligatori sono contrassegnati con *

Sto inviando il commento...