Nel mondo digitale basta un post pubblicato anni prima, una dichiarazione rilasciata durante un’intervista o una campagna pubblicitaria considerata ambigua per scatenare uno scandalo: milioni di utenti si attivano e rendono virale la notizia, obbligando gli interessati a rispondere pubblicamente con scuse o spiegazioni.
E’ il fenomeno della Cancel Culture, un meccanismo che condanna gli atteggiamenti discriminatori, offensivi o in contrasto con i valori della società odierna di persone, aziende e organizzazioni. Si tratta, essenzialmente, di una pressione sociale che può comportare la perdita di credibilità, collaborazioni e follower.
Tra i casi più significativi c’è quello di J.K. Rowling, la celebre autrice di Harry Potter, che nel 2020 finisce al centro di un dibattito internazionale a seguito di alcune controverse dichiarazioni sulla comunità LGBTQ+. A seguito di ciò, molti attori della saga cinematografica prendono le distanze, mentre gli utenti online avviano campagne di boicottaggio che, tuttavia, non sembrano avere molto successo, poiché l’autrice rimarrà tra le più lette a livello mondiale.
In Italia, invece, ricordiamo lo scandalo del Pandoro Gate che coinvolse Chiara Ferragni nel 2023.
A seguito di una collaborazione a scopo benefico tra la Balocco e l’influencer, infatti, quest’ultima è stata accusata di non essere stata trasparente nel comunicare il legame tra l’acquisto del prodotto e la donazione all’Ospedale Regina Margherita di Torino.
Dei ricavi totali, di fatto, solo il 25% è stato effettivamente destinato alla struttura sanitaria. Nel giro di pochi giorni, la vicenda diventa virale: Ferragni perde migliaia di followers e numerose aziende cancellano o interrompono le collaborazioni commerciali.
Tuttavia, la Cancel Culture non si limita a “condannare” solo personaggi più o meno noti, ma interviene anche contro marchi, associazioni ed aziende. Ne è testimone Balenciaga, che nel 2022 finisce al centro di una bufera mediatica a causa di campagne pubblicitarie giudicate profondamente inappropriate, come la Gift shop, che ne lederanno profondamente la reputazione.
Anche a seguito delle scuse pubbliche presentate, il marchio subisce un forte colpo: la celebre testata Business of Fashion revoca un premio destinato al direttore artistico di Balenciaga, molti influencer prendono le distanze, comprese le celebrità notoriamente associate all’azienda, come la celebre Kim Kardashian.
Sebbene quello della Cancel Culture sia un fenomeno nato come strumento di responsabilizzazione e regolamentazione sui social media, non tutti ne condividono l’applicazione e le sue modalità.
I sostenitori di questa pratica la ritengono non solo legittima, ma necessaria per rendere il web più sicuro e controllato. La giustizia ordinaria e le piattaforme digitali, infatti, talvolta non riescono a tutelare a pieno gli utenti nel mondo virtuale, ed è proprio da questa necessità che ha origine il fenomeno: in questo senso, assume quasi il ruolo di “giustizia popolare”.
I critici, d’altro canto, parlano di una sorta di “tribunale dei social”, in cui il giudizio e la condanna arrivano prima dell’accertamento dei fatti. La velocità con cui le notizie si diffondono sul web, specialmente se si tratta di scandali, lascia infatti poco spazio al confronto: non sono pochi i casi in cui celebrità sono state “cancellate” per tweet molto vecchi o fraintendimenti.
La Cancel Culture continua a dividere opinione pubblica, esperti ed utenti, perché in un era in cui la reputazione può essere distrutta con un click, il pericolo dei social media non è più solo quello di diffondere fake news, ma anche di influenzare il destino di aziende e persone.
A cura di Eleonora Sella
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