C’è un meme che da qualche tempo gira su internet, un’immagine su cui compare la scritta: «What if we actually died of COVID in 2020 and this is hell?» (e se fossimo davvero morti di COVID nel 2020 e questo fosse l'inferno?). Ma, scherzi a parte, credo che questa frase ironica incarni alla perfezione il comune senso di smarrimento esistenziale e morale che stiamo tutti condividendo da oltre sei anni. Le recenti ricerche sociologiche e le statistiche attuali riportano un notevole impoverimento culturale, un calo degli interessi e della propensione allo studio, un aumento dei disturbi del sonno e degli attacchi d’ansia, un incremento di casi di burnout, di episodi psicotici e di ideazione suicidaria.
Stiamo globalmente affrontando una grave crisi identitaria, psicologica e intellettuale. Ahimè, però, questo fenomeno, invece di unirci, sembra averci allontanati gli uni dagli altri, creando una frattura sociale che sta rendendo quasi impossibile stringere legami e connessioni umane significative. E allora che senso può mai avere l’aver lottato per scampare a una severa pandemia, se oggi vivere somiglia tanto a una lenta morte cosciente? Sembra assurdo, ma l’autore statunitense Peter Heller si era già domandato tutto questo molto prima che il COVID-19 arrivasse. Difatti, nel 2012 pubblicò per la prima volta il suo romanzo drammatico post-apocalittico The Dog Stars.
Il protagonista della storia è il giovane Hig, uno dei pochi superstiti di un’infezione virale che ha decimato la popolazione mondiale. Divenuto vedovo a causa del virus, gli è rimasta la sola compagnia del suo fedele cane, di nome Jasper, e di Bangley, un uomo più anziano di lui, con un passato nell’esercito. Tutti e tre vivono in un vecchio hangar adiacente a quello che un tempo era un piccolo aeroporto, in Colorado. Ogni mattina Hig sorvola la terraferma e quel che resta delle città vicine a bordo di un aeroplano d’epoca, un Cessna 182, in cerca di provviste. Ma Hig e Bangley sono anche costretti a sorvegliare e difendere il loro territorio dagli sciacalli, dei sopravvissuti senza coscienza, che saccheggiano e vandalizzano le proprietà altrui e che uccidono chiunque incontrino.
Bangley sembra essersi abituato fin troppo bene a questa nuova realtà, ma Hig è tormentato dai ricordi e si domanda se una quotidianità simile valga la pena di essere vissuta. Dopo un ulteriore triste evento, Hig decide che è venuto il momento di spingersi oltre i confini e di tentare la ricerca di altri superstiti o, addirittura, di un centro abitato. Incontrando così, per caso, una giovane donna e suo padre, che vivono in un canyon appartato, Hig avrà la possibilità di chiedersi se si può essere ancora felici.
Uno degli aspetti fondamentali del romanzo, anzi, forse quello principale intorno a cui ruota implicitamente l’intera narrazione, è cosa ci sia di davvero utile nel continuare a esserci in un mondo dove i propri simili si sono estinti. Attraverso lo stile letterario di una prosa breve, con frasi frammentate, e ricordi del protagonista che si intrecciano tra presente e passato, con una punteggiatura talvolta assente, Heller conduce per mano il lettore non soltanto nell’interiorità di Hig, ma anche in una delle paure più recondite del genere umano: rimanere soli in un pianeta che continua a esistere.
L’eventualità distopica dell’umanità che soccombe a una catastrofe, in questo caso, non funge banalmente da scenario di fantascienza, ma serve all’autore per interrogarsi sul senso della perdita, sul perché la solitudine spaventi così tanto e sul significato che può avere sopravvivere alla propria specie; se ne valga la pena e a quale scopo conduca. Una sorta di tacita riflessione sull’esistenzialismo. Ed è da qui che il celebre regista britannico Ridley Scott, ormai giunto ai suoi 88 anni, è partito per girare il suo nuovo film, intitolato, per l’appunto, The Dog Stars. Servendosi della sceneggiatura di Mark L. Smith, con il nodo centrale della trama rimasto piuttosto simile, Scott ha però trasformato un’opera intimista e riflessiva in un epic thriller dalle tinte cupe.
Se c’è una cosa che non si può negare a Ridley Scott è la capacità di creare tensione nelle scene di violenza e d’azione. Un’altra cosa innegabile è la sua nota versatilità: se a inizio carriera si è fatto conoscere con Alien (1979) e Blade Runner (1982), ha continuato subito dopo a farsi largo nel panorama cinematografico, ad esempio, con Thelma & Louise (1991), una pellicola che racconta la conquista della libertà femminile. Ma, da allora, ha proseguito spaziando tra i generi, come un artista circense che danza tra i cerchi di fuoco. E se con Il gladiatore (2000) ha lasciato un’importante impronta nella storia del cinema, consacrando Russell Crowe al suo ruolo più famoso, è con The Last Duel (2021) che ha catturato la mia attenzione negli scorsi anni. Purtroppo, però, è arrivato poi il grosso scivolone con House of Gucci (2021), seguito dal tiepido Napoleon (2023) e dall’ulteriore flop Il gladiatore II (2024).
E con The Dog Stars, sfortunatamente, questa tendenza al tracollo artistico si riconferma. Rispetto al libro di Heller, l’ultimo lungometraggio di Scott sembra non possedere un vero e proprio focus. È una sorta di survival movie catastrofico ambientato nella natura, nel quale, a un certo punto, compaiono degli umani divenuti selvaggi come un branco di bufali, per poi incappare in una specie di base militare, che sembra la rappresentazione grottesca dell’inferno in terra, finendo nel romanticismo. All’inizio del film, inoltre, la colonna sonora lo fa sembrare per un istante un episodio della serie televisiva statunitense La casa nella prateria (1974-1983).
Le capacità registiche di Scott sono ancora evidenti durante le scene d’azione. Temo che il problema degli ultimi anni sia stato l’affidarsi a sceneggiature scritte decisamente male. Malgrado tutto, c’è una riflessione che The Dog Stars riesce a scaturire nello spettatore: possiamo davvero fidarci gli uni degli altri? Non è forse l’uomo la causa della distruzione dell’umanità stessa? 2,9 stelle su 5.
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