Niente come la malinconica canzone di Charles Aznavour, oggi più che mai, sembra rispecchiare l’amarezza di non vedere - per nulla o quasi - film firmati da registe In Concorso a Venezia 2026.
Quest’anno, infatti, all’83esima Mostra del Cinema di Venezia - in programma dal 2 al 12 settembre 2026 - è impossibile non notare l’assenza totale di registe italiane nella sezione In Concorso. A gareggiare per l’ambitissimo Leone d’Oro, nei tradizionali 20 titoli selezionati in gara, c’è solo un film diretto da una donna, Woman Unknown, della regista danese-egiziana May el-Toukhy.
Sì, nelle altre sezioni la quota femminile non è messa così male e, magra consolazione, a presentare le serate di apertura e chiusura della kermesse c’è Greta Scarano, regista e attrice italiana, affiancata da Nicolas Maupas.
L’importante assenza delle donne alla regia non è frutto di una scelta voluta, come ha più volte ribadito il direttore della Mostra Alberto Barbera. Ma i dati restano comunque preoccupanti e nascondono una problematica sociale che va ben oltre le mere statistiche.
Mentre il Lido si prepara a diventare il teatro a cielo aperto più glamour d’Italia, una domanda continua a echeggiare inevitabilmente nelle teste di molti: perché nel nostro Paese le registe fanno così tanta fatica a emergere, soprattutto nei palcoscenici più ambiti?

Credits foto e immagine di copertina: @Mostra Internazionale D’Arte Cinematografica di Venezia 2026.
L’edizione 2026 della Mostra del Cinema di Venezia, prima ancora di spalancare il sipario, ha suscitato non poche polemiche. L’elemento che tra tutti ha catturato fin da subito l’attenzione della stampa e del pubblico è la quasi totale assenza delle donne alla regia nella sezione In Concorso.
Un dato sconcertante, che lascia l’amaro in bocca e spinge a una riflessione profonda, ma che sicuramente non ha colto di sorpresa gli addetti ai lavori.
Tra i 20 film selezionati In Concorso per aggiudicarsi il Leone d’Oro, uno solo è diretto da una donna. Si tratta di Woman Unknown, della regista danese-egiziana May el-Toukhy. È un dramma storico, intimo e tagliente, ambientato nel secondo dopoguerra.
La presenza di el-Toukhy, per quanto importante e significativa, purtroppo da sola non basta a sopperire l’assenza di altre registe nel concorso principale della manifestazione cinematografica.
Del resto 1 film su 20 è una prospettiva piuttosto allarmante, che la dice lunga sul gender gap nel cinema italiano (e non solo). Questo sconfortante e amaro dato non è solo una statistica, ma il sintomo ben più grave di un sistema che, nonostante gli sforzi e “le belle parole”, continua a relegare la voce delle donne al margine.
L’assenza delle donne alla regia a Venezia non è stata dettata da una scelta, come ha più volte ribadito il direttore della 83esima Mostra del Cinema, Alberto Barbera, che ha spiegato:
Appurato che non si tratta di una decisione a tavolino, allora perché a Venezia 2026 il numero delle registe In Concorso è così esiguo? La risposta è che la Mostra del Cinema è solo la punta dell’iceberg di un fenomeno ben più complesso.
Secondo i dati monitorati da WIFTM Italia (Women in Film, Television & Media Italia) - l’associazione no-profit che sostiene la parità di genere e l'inclusività nell'industria dell'audiovisivo e dei media - tra i film iscritti a Venezia 2026, la media della presenza femminile alla regia si aggira intorno al 25,8%.
In Italia, solo il 19% della regia di lungometraggi è firmata da donne. Quasi l’80% dei film prodotti nel nostro Paese sono diretti da uomini. E i dati sul contributo ministeriale non sono migliori: su un totale di 129 progetti finanziati, solo il 35 di questi comprendono almeno una donna alla regia e ottengono il 21,6% delle risorse.
Ma perché, nonostante la crescita nel settore del cinema indipendente, le donne restano escluse dai circuiti più grandi e dai festival? Ci sono diverse ragioni, tra cui il limitatissimo accesso ai fondi, la predominanza degli uomini nel panorama della produzione e della distribuzione cinematografica, e una cultura dell’industria che da anni tende a portare in palmo di mano gli autori che già godono di fama (quasi sempre maschi).
Dulcis in fundo di una situazione piuttosto disperata è il fattore culturale: anche se in molti lo negano, la narrazione cinematografica “mainstream” è ancora oggi considerata un territorio maschile e, di conseguenza, le donne vengono marginalizzate ai generi considerati “minori” o alle produzioni di nicchia.
Se la categoria principale scarseggia ampiamente di registe, le sezioni parallele si trovano in una situazione diversa e offrono un barlume di speranza.
Quest’anno in Orizzonti - la sezione dedicata alle nuove tendenze e agli autori emergenti - 8 film su un totale di 19 sono diretti da donne, ossia il 42%. Un record per la Mostra del Cinema di Venezia. In questo panorama, spicca tra tutti il debutto alla regia di Anna Foglietta con Una storia, un progetto che racconta la fragilità dei legami famigliari con Alba Rohrwacher e Guido Caprino nel cast.
Anche per quanto riguarda la categoria Fuori Concorso, la presenza di donne alla regia è più ampia: sono dirette da donne 5 delle 36 opere, un dato che lascia intravedere uno scenario un po’ più roseo rispetto alla sezione In Concorso.
In conclusione, il caso della Mostra del Cinema di Venezia 2026, in generale, offre lo spunto per una riflessione profonda sull’industria cinematografica e pone l’accento sul gender gap in Italia. Non si tratta solo di numeri e statistiche, ma di un problema culturale concreto che rimarca la condizione di disparità femminile nel mondo della Settima Arte.
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
I campi obbligatori sono contrassegnati con *