La Juventus ha scoperto nel giro di poche settimane che avere tanti centrocampisti in rosa non significa necessariamente avere un reparto profondo. È questo il paradosso che emerge dall’infortunio di Manuel Locatelli, capitano e punto di riferimento della squadra, dopo il pareggio contro il Milan.
Il problema al ginocchio destro accusato dal centrocampista ha fatto scattare l’allarme e gli accertamenti hanno evidenziato un interessamento del menisco. L’ipotesi dell’intervento è concreta, anche se saranno le valutazioni definitive a stabilire il percorso e soprattutto i tempi di recupero.
Ma al di là del singolo infortunio, c’è qualcosa di più interessante da osservare. La vera emergenza della Juventus non è il numero dei centrocampisti indisponibili: è il fatto che il reparto rischia di perdere contemporaneamente identità, gerarchie e alternative.
È probabilmente questo il dato che racconta meglio il cortocircuito bianconero.
All’inizio dell’estate la Juventus sembrava avere quasi un problema opposto: troppi centrocampisti, tante soluzioni, la necessità di ridurre l’organico. Poi sono arrivati i prestiti di Miretti e Adzic, mentre Arthur ha lasciato il club dopo la risoluzione del contratto.
Nel frattempo, però, il reparto è stato progressivamente decimato. Thuram è stato sottoposto a un intervento al ginocchio e dovrà affrontare un lungo percorso di recupero; McKennie è alle prese con un problema muscolare e Pape Matar Sarr, ultimo innesto, deve ancora ritrovare la migliore condizione. La stessa Juventus ha ufficializzato nei giorni scorsi l’intervento di Thuram e lo stop di Cabal.
Adesso Locatelli rischia di aggiungersi alla lista.
Ed è qui che la situazione diventa molto più seria di una semplice emergenza numerica.
Perché Douglas Luiz e Koopmeiners possono anche essere considerati due centrocampisti disponibili, ma il calcio non è una somma di figurine.
Locatelli non è semplicemente “un altro mediano”. È il giocatore che può abbassarsi davanti alla difesa, dare ordine alla prima costruzione, dettare tempi e soprattutto garantire una certa continuità alla squadra quando la partita diventa sporca.
Thuram ha caratteristiche diverse: più gamba, più strappi, maggiore capacità di coprire campo.
McKennie offre fisicità, inserimenti e duttilità.
Sarr, quando sarà pronto, può garantire energia e dinamismo.
Il problema è che Spalletti rischia di non perdere soltanto degli uomini: rischia di perdere contemporaneamente profili diversi che gli permettono di cambiare la partita senza necessariamente cambiare sistema.
Ed è questa la vera emergenza.
Il paradosso è quasi ironico: qualche settimana fa la Juventus doveva scegliere chi sacrificare. Oggi Spalletti rischia di dover scegliere come inventarsi un centrocampo.
Con Locatelli fermo e Thuram fuori a lungo, mentre McKennie e Sarr devono ancora tornare pienamente disponibili, le alternative immediate diventano pochissime. La Gazzetta sottolinea proprio il passaggio dall’overbooking estivo alla situazione di grande emergenza attuale.
E questo potrebbe costringere Spalletti a fare una cosa che finora aveva potuto evitare: modificare il modo in cui la Juventus occupa il campo.
Non necessariamente cambiare modulo sulla lavagna. Molto più semplicemente, cambiare principi.
Una Juventus senza Locatelli potrebbe avere meno bisogno di costruire attraverso un regista puro e più necessità di affidarsi alla verticalità, alle seconde palle, alle conduzioni individuali e alla capacità dei giocatori offensivi di venire incontro.
In altre parole: se non hai più il giocatore che ordina il traffico, puoi provare a fare in modo che il traffico diventi più veloce.
C’è però un’altra conseguenza possibile, forse la meno raccontata di questa situazione.
Quando una rosa si trova improvvisamente senza alternative, spesso è costretta a guardare dove prima non aveva necessità di guardare.
E la Juventus ha una Next Gen.
L’emergenza potrebbe quindi trasformarsi nell’occasione per dare spazio ad Augusto Owusu, giovane centrocampista che già viene indicato come una delle possibili soluzioni interne dopo il problema di Locatelli.
Non sarebbe corretto presentarlo come il “nuovo Locatelli”, perché sarebbe il modo peggiore per gestire un giovane. Owusu non dovrebbe essere chiamato a sostituire il capitano bianconero nelle sue caratteristiche, ma semplicemente a portare qualcosa di diverso.
È proprio questo il punto: la Juventus potrebbe essere costretta a smettere di cercare sostituti e iniziare a cercare soluzioni.
Ed è una differenza enorme.
L’infermeria della Juventus è effettivamente affollata. Contro il Milan i bianconeri avevano già sette indisponibili e l’eventuale stop prolungato di Locatelli aggiungerebbe un altro elemento pesantissimo alla lista.
Ma proprio per questo Spalletti dovrà evitare che gli infortuni diventino una spiegazione preventiva di tutto ciò che non funzionerà.
La Juventus ha iniziato la stagione con aspettative elevate e ora dovrà dimostrare di essere una squadra capace di adattarsi alle difficoltà.
Il calendario, peraltro, non aspetta nessuno: dopo il Sassuolo arriverà anche l’esordio europeo contro il NEC e poi l’Atalanta, prima della sosta di ottobre. In caso di mancato intervento chirurgico, Locatelli potrebbe comunque essere valutato per un rientro dopo la pausa; con un’operazione, invece, il quadro cambierebbe radicalmente.
E allora l’infortunio del capitano può essere letto in due modi.
Il primo è quello più semplice: un’altra tegola, un altro giocatore perso, un’altra difficoltà per Spalletti.
Il secondo è molto più interessante.
Locatelli può aver fatto emergere il vero punto interrogativo della Juventus: questa squadra ha davvero una rosa profonda oppure aveva semplicemente tanti giocatori nello stesso reparto?
Sono due cose molto diverse.
Una rosa profonda ti permette di perdere un titolare senza perdere la tua identità. Una rosa numerosa, invece, può nascondere le proprie fragilità finché gli infortuni non iniziano a colpire nello stesso punto.
La Juventus è arrivata a questo bivio molto prima del previsto.
E adesso Spalletti dovrà dimostrare che la sua squadra non dipende da un solo uomo, nemmeno quando quell’uomo è il capitano. Perché l’emergenza a centrocampo non è più soltanto una questione di uomini disponibili: è il primo vero test sulla capacità della nuova Juventus di avere un piano B.
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