10 Sep, 2026 - 11:30

"The Echo Chamber": Andrea Pallaoro porta sul grande schermo l'ultima sceneggiatura di Bertolucci

"The Echo Chamber": Andrea Pallaoro porta sul grande schermo l'ultima sceneggiatura di Bertolucci

C’è una sottile differenza che separa il dolore fisico da quello dell’anima: spesso il tormento interiore più si fa soffocante e più diviene impossibile da lasciare andare via. La prima volta che ho sentito parlare di depressione avevo circa dodici anni e, ahimè, ricordo bene che aveva già iniziato a insinuarsi lentamente nella mia vita, come un parassita che prende a nutrirsi di un frutto ancora troppo acerbo. È complicato da ammettere, ma un depresso, alla maniera di un tossicodipendente, è facile che a un certo punto diventi ossessionato dalla sua stessa sofferenza e che gli sia necessaria per sopravvivere. Sotto sotto, l’idea di staccarsi dalla propria angoscia per tanti è un pensiero insostenibile. 

Avete mai sentito parlare di quei rari casi in cui è impossibile asportare del tutto un tumore dal cervello di un paziente, perché ormai si è esteso talmente tanto nel tessuto cerebrale che rimuoverlo per intero potrebbe danneggiare delle aree che controllano le funzioni vitali? Ecco, la depressione può trasformarsi in qualcosa di molto simile e Leonardo, il protagonista dell’ultimo lungometraggio diretto dal regista Andrea Pallaoro, lo sa bene. La sua paura più grande è che l’autodistruzione gli appartenga così tanto da non essere in grado di vivere senza. Lo confessa lui stesso, sottovoce, seduto davanti a un pianoforte, nell’intimità di una casa che dovrebbe appartenergli, ma che in realtà, forse, non ha mai sentito veramente sua.

Siamo a Londra, in un’epoca contemporanea. Leonardo (Luca Marinelli), che tutti chiamano Leo, è un produttore discografico italiano di circa quarant’anni. Di recente, è riuscito a convincere la celebre cantante Ava (Susan Sarandon), che si era ritirata dal mercato musicale, a tornare in attività, collaborando insieme per un nuovo album. Ma Leo soffre, da anni, di problemi alla schiena così importanti da essere capaci di regalargli un dolore insopportabile e quasi costante. Per questo richiede l’aiuto della fisiatra Anne (Alicia Vikander), pagandola per delle sedute a domicilio. Visita dopo visita, però, tra i due nascerà una relazione sentimentale tanto desiderata quanto tossica.

A distanza di otto anni dalla morte di Bernardo Bertolucci, The Echo Chamber ha fatto irruzione all'83ª Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, portando con sé il peso gravoso di un’eredità artistica importante. La sceneggiatura, infatti, è nata da un’idea di Bertolucci; l’ultima, prima di morire. È stato lui stesso, nel 2017, a contattare le sceneggiatrici Ludovica Rampoldi e Ilaria Bernardini per proporre loro un soggetto basato su un uomo e una donna che condividono il medesimo appartamento, senza mai incontrarsi. Iniziando a collaborare per la stesura della prima bozza, i tre hanno poi terminato la seconda nell’ottobre del 2018. Soltanto un mese dopo Bertolucci ha esalato l’ultimo respiro, lasciando incompiuto quello che avrebbe potuto essere il suo film di fine carriera.

Dopo qualche anno, Bernardini e Rampoldi hanno ripreso in mano il progetto e, insieme a Pallaoro, lo hanno modificato e reso pronto per essere girato. L’opera è ambientata in un bellissimo appartamento dalle stanze ampie e i soffitti altissimi, che funge da cassa di risonanza per una tristezza devastante che si trasforma in un vero e proprio tormento, al quale i protagonisti si aggrappano strenuamente, come a non poterne fare a meno. Il paradosso più lampante in questa pellicola è che nella casa di un musicista ci sia, quasi sempre, un silenzio assordante che non concede occasione all’anima di sfuggire ai pensieri. Avete mai provato nostalgia di un periodo della vostra esistenza in cui vi sentivate sopraffatti dalla sofferenza? Leonardo pare volersi assicurare per tutto il tempo che questa malinconia non gli giunga mai, facendo attenzione a rimanere immerso nel suo dolore in una sorta di “broda fatale” (come il personaggio principale, paragonato a un topo, in Memorie del sottosuolo di Fëdor Dostoevskij). 

La maestria di Pallaoro dietro la macchina da presa, anche stavolta, è palese. Riprende volti, corpi, sguardi dalla giusta distanza, con una scorrevolezza che procede liscia come il tratto di un pittore, che scivola su una tela con la punta di un pennello imbevuto di colore a olio. Costruisce così immagini che sembrano quadri, in questo caso con il supporto della fotografia di Diego Garçia. Il problema in The Echo Chamber, però, risiede nello sviluppo narrativo. Durante la prima ora non appare affatto chiaro dove il film voglia condurre lo spettatore. Da un’apertura drammatica, si passa a una certa immobilità che insiste, girando a vuoto, sui medesimi schemi, piuttosto inconsistenti. Il silenzio, che dovrebbe accompagnare la narrazione nel viaggio introspettivo nella quotidianità di Leonardo, risulta invece fine a se stesso.

Il nodo centrale si concentra negli ultimi quaranta minuti circa, forse anche meno. Ma verso l’epilogo Andrea Pallaoro è stato in grado di rendere palpabile l’urgenza emotiva che parte dalla pancia di chi è affamato di carne e di amore, non per il desiderio di saziare un prurito sessuale, ma per il bisogno di colmare un vuoto emozionale. In questo periodo storico in cui l’intimità non esiste più e il sesso viene concepito solo come atto performativo, in The Echo Chamber assistiamo a due esseri umani che fanno l’amore prima ancora di spogliarsi. Alla fine Pallaoro prende i suoi due protagonisti e li abbandona, lasciandoli sospesi a un destino maledetto. Li consegna allo spettatore e si solleva dalla responsabilità di dover trovare loro un posto nel mondo. Leo e Anne restano bloccati nella loro cassa di risonanza. 3,5 stelle su 5.

 

 

 

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