Il rugby è uno sport fatto di contatti, placcaggi e collisioni. È anche uno degli sport in cui il tema dei traumi alla testa è diventato sempre più difficile da ignorare. Un nuovo studio australiano aggiunge ora un dato pesante al dibattito: su 51 cervelli donati da ex giocatori di rugby league e analizzati dall'Australian Sports Brain Bank, 31 hanno mostrato segni di encefalopatia traumatica cronica, la CTE.
La malattia può essere diagnosticata soltanto dopo la morte e negli ultimi anni è diventata uno dei principali temi di discussione sulla sicurezza degli sport di contatto. Il dato, però, non dice che il 60% di chi gioca a rugby svilupperà la CTE, ma racconta quanto sia importante capire cosa possono lasciare nel tempo i colpi ripetuti alla testa.
La ricerca è stata presentata all'International Sports Concussion Conference di Melbourne dalla biologa molecolare e data scientist Jennifer Cropley. I 51 ex giocatori esaminati avevano avuto carriere molto diverse, dall'attività amatoriale fino al professionismo. Tra i casi individuati ci sono anche Paul Green, ex giocatore e allenatore della NRL morto a 49 anni nel 2022, e Keith Titmuss, talento dei Manly Sea Eagles morto nel 2020 a soli 20 anni.
È proprio l'età di Titmuss a rendere il dato particolarmente significativo. Nel suo cervello è stata individuata una CTE di secondo stadio. Il caso mostra che la patologia può essere presente anche molto presto e riporta il discorso alla fase più delicata: quella giovanile. Non significa che un bambino che pratica uno sport di contatto svilupperà necessariamente una malattia neurodegenerativa. Significa però che l'esposizione ripetuta agli impatti può iniziare molto prima di quanto si pensasse e che, dunque, la prevenzione deve cominciare fin da subito.
La CTE è una malattia neurodegenerativa associata all'esposizione ripetuta a colpi alla testa. Oggi può essere confermata soltanto attraverso l'esame del tessuto cerebrale dopo la morte. I suoi effetti riguardano memoria, capacità cognitive, comportamento, umore e personalità, ma la ricerca sta ancora cercando di capire perché alcune persone sviluppino la patologia e altre no nonostante i traumi ripetuti.
È questo il punto centrale dello studio. Il rugby non deve essere giudicato contando solo le commozioni cerebrali durante una partita. Esistono anche impatti ripetuti che non provocano una perdita di coscienza e che, presi singolarmente, possono sembrare poco rilevanti. Il problema diventa quindi quello dell'esposizione nel corso degli anni. E riguarda non solo la partita, ma anche gli allenamenti, dove i contatti sono numerosi.
Il dibattito non riguarda più soltanto la gestione della commozione cerebrale dopo un colpo. La domanda è quanto sia possibile ridurre l'esposizione complessiva alla testa senza snaturare lo sport. L'Australian Sports Brain Bank sottolinea che non tutti coloro che subiscono traumi ripetuti sviluppano CTE e che molte risposte scientifiche sono ancora da trovare.
Nel frattempo, alcuni esperti chiedono interventi più radicali, soprattutto sui giovani. Tra le proposte c'è quella di limitare il contatto negli allenamenti e introdurre versioni senza contatto degli sport di collisione almeno fino ai 14 anni. L'obiettivo non è rivoluzionare il rugby, ma spostare il confine della sicurezza. D'altronde la salute del cervello è diventata una questione centrale per il futuro degli sport di contatto e, a questo punto, non può più essere sottovalutata.
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