La guerra tra Stati Uniti e Iran continua a ridisegnare gli equilibri in Medio Oriente, tra tensioni militari, stallo diplomatico e il nodo dello Stretto di Hormuz. Dopo più di sei mesi dall'inizio del conflitto, la situazione è ancora in evoluzione mentre resta concreto il rischio di nuove escalation.
Tag24 ha intervistato Andrea Dessì, docente di relazioni internazionali e politiche globali a The American University of Rome (AUR) e consigliere scientifico dell'Istituto Affari Internazionali (IAI), per un approfondimento sulla guerra in corso e le sue conseguenze fuori e dentro la regione del Medio Oriente.
Gli Stati Uniti puntano ancora ad una vittoria militare oppure cercano ormai un accordo che consenta loro di uscire dal conflitto senza apparire sconfitti? Dopo mesi di guerra, la domanda resta centrale. Andrea Dessì sottolinea come il conflitto si sia protratto ampiamente oltre le previsioni iniziali.
"Abbiamo oltrepassato la soglia dei 6 mesi di guerra", ha spiegato ricordando come l'intervento militare fosse stato inizialmente presentato come un'operazione destinata a durare soltanto poche settimane.
"Nonostante i vari proclami dell'amministrazione Trump sul fatto che lo stretto di Hormuz sia aperto, in realtà il passaggio marittimo, da quando è iniziata questa guerra 6 mesi fa, è praticamente chiuso e questo sta avendo un impatto importante su tutto il sistema internazionale, sull’economia globale e il commercio di beni di prima necessità. Dobbiamo quindi districarci dalle dichiarazioni dell'amministrazione Trump che continua a parlare di una vittoria o comunque di un’attesa capitolazione totale dell'Iran attraverso misure militari, attraverso bombardamenti, ma anche attraverso sanzioni economiche. Dobbiamo pesare queste dichiarazioni che rimangono sempre molto, diciamo, ottimiste. L’Iran ha dimostrato più volte di non accettare imposizioni dall’estero, ha resistito alle sanzioni, all’intervento militare e ora promette di resistere anche alle nuove sanzioni economiche imposte dagli Usa e i propri alleati."
Uno dei nodi principali resta lo Stretto di Hormuz, la cui situazione continua ad essere al centro dello scontro tra Washington e Teheran. Secondo Dessì, alle dichiarazioni dell'amministrazione Trump sulla vittoria militare occorre contrapporre l'analisi dei risultati effettivamente ottenuti.
"La realtà dei fatti è molto diversa", sottolinea il professore, secondo il quale "gli obiettivi annunciati in pubblico dallo stesso presidente Trump agli inizi del conflitto non sono stati raggiunti, anzi".
La conclusione è netta: "Da una prospettiva analitica possiamo dire che la guerra è stata un fallimento per l'amministrazione Trump, un disastro strategico, ma anche politico". Una situazione che, secondo Dessì, sta già producendo conseguenze sull'intero schacchiere Medio Oriente.
Un altro elemento centrale riguarda il rapporto tra Stati Uniti e Israele. Per Dessì, l'alleanza ha avuto un peso determinante nell'evoluzione del conflitto e la decisione stessa di intraprendere questo intervento militare deriva in gran parte da Israele e la Mossad. "Questa è una guerra israelo-americana contro l'Iran", afferma, sottolineando che per la prima volta i due stati entrano in guerra contro un altro paese.
La guerra, però, non coinvolge soltanto Stati Uniti e Israele. Anche le monarchie del Golfo sono costrette a ricalcolare le proprie strategie. Questi paesi, ha spiegato Dessì, dipendono ancora fortemente da Washington sul piano della sicurezza ma allo stesso tempo hanno interessi nazionali legati alla stabilità del Golfo Persico e del commercio internazionale. Il conflitto e il fatto di non essere stati avvisati dagli Usa hanno fortemente incrinato i rapporti tra Washington e le monarchie del Golfo Persico.
Secondo l'esperto, proprio la guerra potrebbe accelerare una maggiore autonomia strategica dei paesi arabi. "Il fatto stesso che questi paesi stiano parlando tra di loro senza gli Stati Uniti e considerando la necessità di prendere più responsabilità indipendenti è un segnale che qualcosa sta cambiando in tutto il Medio Oriente", osserva.
La crisi in Medio Oriente ha ripercussioni anche sul Libano. Dessì ha evidenziato come Israele punti a mantenere separati i dossier iraniano e libanese, mentre Teheran avrebbe interesse a tenerli collegati.
"Israele vuole assolutamente dividere questi due dossier, l'Iran vuole assolutamente tenerli uniti e gli Stati Uniti stanno cercando di trovare una via di mezzo tra queste due posizioni", ha spiegato. Nel mentre però il Libano è sotto assedio, con la continuazione di interventi militari e di demolizione israeliana in tutto il sud del paese.
Ma il fronte non si limita al Libano. Anche lo Yemen e il Mar Rosso stanno assumendo un'importanza crescente, con il rischio di ulteriori ripercussioni sull'economia globale, visto l’avvicinarsi degli Houthi allo stretto di Bab el-Mandeb tra il Mar Rosso e il Golfo di Aden.
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