Nell'occasione del conferimento del Leone d'Oro alla carriera a Werner Herzog ci sembra quanto mai importante rendere consistente il tributo andando ad approfondire la potenza e l'eredità della sua filmografia. Ci colpisce soprattutto l'attualità di alcuni suoi personaggi dominati da un delirio di onnipotenza estremo e insidioso, sognante e caratterizzato da un'ostinazione creatrice. come nel caso Fitzcarraldo (1982), ma anche terrifico e dissociato come quello di Aguirre, furore di Dio (1972) interpretati da da uno spiritato e vertiginoso Klaus Kinski, "il mio nemico più caro" come recita il sottotitolo del film che il regista gli dedicherà nel 1999.
A parte la straordinarietà del prodotto cinematografico quello che colpisce è l'attualità di queste narrazioni. Certamente Aguirre é un film carico, di una intensità estrema di trama, inquadrature, primi piani, azioni e contesti che ruotano attorno alla pervasiva individualità del subdolo e crudele conquistador basco o alla piccola coralità dei suoi 40 compagni lanciati dalla spedizione di Gonzalo Pizarro verso un Eldorado che non esiste e verso la conquista degli indiose, gruppo di cui fanno parte Don Pedro de Ursúa, guida della spedizione e di sua moglie Inez, di Don Fernando de Guzman, di Flores, figlia di Aguirre (oggetto di quella frase tremenda finale che fuoriesce dalla mostruosità folle del capo : "Quando regnerò questa terra sposerò mia figlia. Avremo una razza pura") e infine del frate domenicano Gaspar de Carvajal (che tiene un diario dell'impresa),
e che verrà fatto imperatore di questo regno folleggiante itinerante a bordo delle zattere per un Rio delle Amazzoni ignoto ed ostile che fa da contraltare e da nemesi a quella terra che dovrebbe tremare ad ogni suo passo di Aguirre: "Sono il furore di Dio, la terra che io calpesto mi vede e trema".
Una storia che si dipana con un climax di follia narcisistica, di una ribellione al potere che diventa essa stessa potere fine a se stesso e poi nella follia di Aguirre che vuole costituire un suo proprio regno basato sulla totale cecità e l'assenza di principio di realtà. È un'incarnazione cinematografica che oggi sembra trovare una risonanza nelle posture di alcuni leader mondiali e riprodursi in personalità del prossimo futuro. Ragionando sulla leadership si può ragionare però sulla doppia polarità di questa visionarietà dei personaggi di Herzog che può essere utile a ripensare positivamente e costruttivamente questo narcisismo estremo.
Colpiscono infatti i due deliri, opposti e simmetrici, di Fitzcarraldo e di Aguirre, legati entrambi all'Amazzonia, alla lotta tra conquistatori e indios, a due fiumi diversi di cui però l'Ucayali del viaggio del primo è un affluente del Rio delle Amazzoni su cui si perde Aguirre, anche se in epoche diverse il primo tra l'Ottocento e il Novecento e il secondo nel Cinquecento.
Come ha ricordato lo stesso Herzog nel documentario Burden of Dreams, che mostra le riprese del film del 1982, la storia del magnate del caucciù Brian Sweeny Fitzgerald, detto Fitzcarraldo perché i nativi non sanno pronunciare il suo nome, è reale perché veramente è esistito quest'uomo che voleva costruire un grandissimo teatro lirico in un isolato paesino mazzonico dove fare esibire Enrico Caruso e progettando una grande ferrovia transandina, attraversando l'Ucayali dove si trovano gli alberi da cui ricavare la gomma, in una confluenza pericolosissima col Rio delle Amazzoni. Alla fine verrà aiutato dai "feroci" indios Hivaros che, in nome della fede in una leggenda relativa ad un uomo bianco dotato di poteri divini, sposano la sua ostinazione realizzando il suo sogno di raggiungere il territorio degli alberi, smontando la sua nave per ricostruirla oltre una collina.
Il primo delirio è più positivo ed è basato sul potere del sogno, il secondo delirio è negativo ed è basato sulla distruttività e autodistruttività della visionarietà fine a se stessa, basata solo sul delirio dell'Io e non di un progetto collettivo impregnato di speranza.
Così i due personaggi diventano archetipi importanti anche per le leadership di oggi che possono propendere per l'uno per l'altra polarità della visionarietà e del delirio, rendendoli costruttivi e a servizio anche di un ideale collettivo o sterili perché determinati soltanto dal compiacimento autoreferenziale.
Tornando ad Aguirre, furore di Dio forse può sembrare un film pletorico visto retrospettivamente, abituati come siamo a linguaggi cinematografici completamente diversi. Ma rimane un'opera di una forza straordinaria che inaugura un filone che poi verrà reinterpretato diversamente da Mission di Roland Joffé in una chiave ed un'epoca completamente diversa, ma con eventi che hanno forti rassomiglianze rispetto a questa logica di conquista cieca, spietata e distruttiva fino all'autodistruzione.
In Aguirre, furore di Dio, La storia è quella del diario di Gaspar de Carvajal (Trujillo, 1500 – Lima, 1584) missionario dominicano spagnolo in Sudamerica, mentre in Mission è quella che segue al trattato di Madrid del 1750, che obbligava il Regno di Spagna a cedere parte delle terre gesuite in Paraguay alla corona del Portogallo. Ma si vede come ancora a metà del Settecento il Sud America è vittima degli strascichi della conquista del cinquecento e anche i portoghesi nel Paraguay sono mossi da follia cieca di sopraffazione ed esaltazione.