Il generale Roberto Vannacci se ne va da dietro la collina e lascia sul campo un cratere politico. Non è una semplice separazione, ma il colpo più duro mai incassato dal progetto della Lega nazionale di Matteo Salvini, quella creatura pensata per spostare il Carroccio sempre più a destra, oltre i confini della vecchia Padania e dentro un sovranismo muscolare fatto di remigrazione, identità e piazze ruggenti. Con l’uscita del generale salta l’architrave simbolica della strategia salviniana: l’uomo immagine della svolta prende e se ne va, e il Capitano resta con il cerino acceso.
Nel partito del Nord nessuno stappa champagne, ma l’aria è quella dei funerali liberatori. A Montecitorio i volti tradiscono un sollievo malcelato: la stagione vannacciana era stata subita più che digerita. A mettere il timbro politico è il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari, che senza giri di parole decreta la fine dell’esperimento: “Tagliamo ogni rapporto con chi si riconnette a ideologie violente e sconfitte dalla storia”. Una frase che vale più di cento comunicati e che certifica la sconfitta della linea salviniana.
Perché il punto è tutto qui: senza Vannacci la Lega nazionale perde la sua stampella a destra, il megafono ideologico che avrebbe dovuto sfidare Fratelli d’Italia sul suo terreno. Mezzo milione di voti rischiano di evaporare e con loro il sogno di un partito trasformato in caserma permanente.
Salvini aveva scommesso tutto sul generale: vicesegretario cucito su misura, comizi condivisi, una narrazione costruita attorno a ordine e disciplina. Ma Vannacci ha giocato una partita propria, fondando associazioni personali, persino un simbolo alternativo. Un partito nel partito, fino all’inevitabile rottura. Ora quella strategia appare per ciò che era: un progetto personale del Capitano rimasto senza esercito.
I governatori del Nord – Zaia, Fedriga, Fontana – non avevano mai nascosto il fastidio. Per loro l’agenda è autonomia, imprese, pragmatismo, non crociate ideologiche. Con l’addio del generale tornano a fare la voce grossa e chiedono una sterzata che suona come una sconfessione dell’ultimo Salvini.
Il contraccolpo si vede già sui dossier: le manifestazioni sulla remigrazione vengono ridimensionate, il dialogo con i personaggi dell’estrema destra europea diventa imbarazzante, la parola d’ordine torna a essere Nord produttivo. Tutto l’opposto della rotta tracciata dal segretario negli ultimi anni. La Lega nazionale barcolla e rischia di trasformarsi in un guscio vuoto, mentre la Lega delle origini rialza la testa.
Intanto Vannacci marcia verso il suo Futuro nazionale, lasciando macerie e tentazioni di scissione in Parlamento. Ma il dato politico resta scolpito: l’addio del generale è la più grave sconfitta personale di Salvini da quando ha trasformato il Carroccio in un brand nazionale.
Nei palazzi romani circola una battuta velenosa: “Salvini voleva conquistare l’Italia da destra e ha perso la Lega da Nord”. Mentre il Capitano posta video per tenere unita la truppa, il partito reale cambia pelle sotto i suoi piedi. Vannacci è sparito dietro la collina, ma il boato dell’esplosione rimbomba ancora: la Lega salviniana esce mutilata.
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