Oggi, un lettore del Giornale ha chiesto di chiamare le cose con il proprio nome: a Torino, sabato scorso, a picchiare gli agenti di polizia sono stati dei comunisti, non dei fascisti.
Quindi, anche il direttore Tommaso Cerno, quando ha scritto che è entrato in azione il "fascismo rosso", ha sbagliato.
Sta di fatto che a difenderlo c'è l'altro direttore: Vittorio Feltri.
Tutte le cronache hanno riportato che a scagliarsi contro la polizia, sabato a Torino, sono stati dei fascisti. Ma è pur vero che quelle stesse cronache davano conto del fatto che Askatasuna è un centro sociale di estrema sinistra.
Allora, il cortocircuito è fin troppo evidente. E Vittorio Feltri tenta di spiegarlo in questo modo:
A questo punto, per Feltri, si innesca un paradosso:
Insomma: come ha dimostrato a Torino, è pronto alla guerriglia.
In realtà, la questione l'ha risolta già qualche decennio fa Alcide De Gasperi, secondo il quale il vero democratico è al tempo stesso antifascista e anticomunista.
E Vittorio Feltri, dal canto suo, dimostra di aver fatto sua quella lezione:
Feltri, in ogni caso, si chiede perché comunque in Italia si utilizza sempre il termine "fascista" per descrivere una violenza di matrice politica e non "comunista". E si dà questa risposta:
Per il direttore, si tratta di un ricatto psicologico:
Vittorio Feltri, quindi, termina la sua risposta con una citazione religiosa:
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