10 Feb, 2026 - 09:33

Referendum giustizia, la firma lampo di Mattarella avvisa l’ANM: dal Colle stop ai giochi sul rinvio

Referendum giustizia, la firma lampo di Mattarella avvisa l’ANM: dal Colle stop ai giochi sul rinvio

Dal Quirinale la politica appare come un mare agitato, e mai come in queste settimane il presidente Sergio Mattarella ha dato l’impressione di voler tenere saldamente il timone. La firma fulminea al decreto che riscrive il quesito sul referendum per la separazione delle carriere, confermando però la data del voto, non è solo un atto tecnico: è un segnale politico preciso, indirizzato soprattutto alla magistratura associata e a chi, nelle ultime settimane, ha lavorato per dilatare i tempi della consultazione.
La campagna referendaria ha assunto toni che vanno ben oltre il merito della riforma. Dal Colle si osserva con crescente inquietudine una polarizzazione che rischia di trasformare il voto in un regolamento di conti tra poteri dello Stato. Non è un caso che Mattarella, negli ultimi dieci giorni, sia intervenuto due volte – con la consueta discrezione ma con altrettanta fermezza – su dossier delicatissimi come il decreto sicurezza e il provvedimento sul ponte sullo Stretto. Il messaggio è sempre lo stesso: le istituzioni devono dialogare senza forzature.


Il ruolo dell’ANM e il cortocircuito del quesito


Sul referendum, tuttavia, il governo è solo una parte della partita. A incendiare il terreno è stata soprattutto la campagna dell’ANM, che ha definito la riforma un attentato all’autonomia del pubblico ministero. A questo si è aggiunto il caso, quasi surreale, dei quindici cittadini autorizzati dalla Cassazione ad avviare una raccolta firme parallela nonostante l’esistenza di due iniziative parlamentari già depositate.
Un’operazione dal chiaro sapore dilatorio, rivendicata apertamente da ambienti vicini al fronte del No. Dopo una prima moral suasion del Quirinale, l’esecutivo aveva rinunciato all’ipotesi di voto l’1-2 marzo. Ma la data del 22-23 è stata ugualmente impugnata davanti alla Cassazione, che a sorpresa ha accolto il ricorso chiedendo una formulazione più analitica del quesito.


La Cassazione e l’ombra del rinvio infinito


La pronuncia dei giudici di legittimità segna un precedente destinato a pesare: le richieste referendarie su uno stesso tema possono sommarsi, aprendo la strada a un contenzioso potenzialmente infinito. Una lettura dell’articolo 138 della Costituzione che, guarda caso, produce l’effetto più gradito a larga parte della magistratura: allontanare il momento del voto.
A quel punto è stata necessaria un’interlocuzione diretta tra Mattarella e Giorgia Meloni. Ne è nato un nuovo DPR che recepisce le indicazioni della Cassazione ma mantiene ferma la data. Dal Quirinale la soluzione viene definita “giuridicamente ineccepibile” e rispettosa delle prerogative dei giudici. Eppure il significato politico è evidente: basta giochi procedurali, si vada alle urne.


Un avviso ai giocatori della partita istituzionale


Con quella firma arrivata in poche ore, Mattarella si è assunto il ruolo di arbitro che indica la linea della ragionevolezza. Un eventuale nuovo ricorso – magari al TAR – non è escluso, ma avrebbe l’effetto di esasperare ulteriormente il clima. Esattamente ciò che il Capo dello Stato vuole evitare.
Le opposizioni, ormai allineate alle posizioni dell’ANM, vivono con fastidio le voci della sinistra favorevoli al Sì. Dal Colle si teme che ogni gesto di equilibrio venga letto come un assist a Meloni. Ma per il presidente non esistono alternative: difendere il principio della leale collaborazione tra poteri è più importante di qualunque convenienza politica.


Il Quirinale tra equidistanza e responsabilità


Mattarella non entrerà nel merito del referendum, né farà campagna per una parte. Tuttavia il suo intervento segnala che le istituzioni non possono diventare terreno di scontro ideologico permanente. Nessuno sconto al governo, come dimostrano i rilievi sui decreti legge; ma neppure sponde a una crociata giudiziaria che rischia di delegittimare la politica.
La partita dei prossimi quaranta giorni sarà decisiva. Se prevarrà la logica dello scontro, il danno non sarà solo per la riforma della giustizia, ma per l’equilibrio complessivo della Repubblica. Ed è proprio questo che, dal Colle più alto, si vuole evitare con una firma che pesa molto più di quanto sembri.

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