27 Feb, 2026 - 13:45

Perché la famiglia di Francesca Albanese ha denunciato l'amministrazione Trump

Perché la famiglia di Francesca Albanese ha denunciato l'amministrazione Trump

Francesca Albanese, relatrice speciale dell'Onu per i diritti umani nei Territori palestinesi occupati, è al centro di un duplice fronte: da un lato la causa intentata dal marito e dalla figlia contro l'amministrazione Trump per le sanzioni che l'hanno colpita, dall'altro il braccio di ferro politico con la Francia, che ieri ha fatto marcia indietro sull'ipotesi di chiederne formalmente la rimozione alle Nazioni Unite, limitandosi a sollecitarne le dimissioni volontarie.

Perché la famiglia Albanese ha denunciato l'amministrazione Trump

Il ricorso è stato depositato presso il tribunale federale di Washington dal marito di Albanese, Massimiliano Cali, e dalla figlia minorenne, entrambi cittadini americani, poiché le regole interne delle Nazioni Unite impediscono alla relatrice speciale di citare in giudizio un governo a proprio nome. 

La causa chiama in causa non solo il presidente Donald Trump, ma anche alti funzionari della sua amministrazione, tra cui il procuratore generale Pamela Bondi, il segretario al Tesoro Scott Bessent e il segretario di Stato Marco Rubio, responsabili dell'attuazione del regime sanzionatorio.

Secondo l'atto, le sanzioni avrebbero violato i diritti garantiti a Francesca Albanese dal Primo, Quarto e Quinto emendamento della Costituzione statunitense, colpendo i suoi diritti di parola e di ricerca e disponendo il sequestro dei suoi beni senza un adeguato processo.

La famiglia sostiene che l'obiettivo reale delle misure fosse punire la relatrice Onu per le posizioni critiche che ha assunto sull'operazione militare israeliana a Gaza e per la collaborazione con la Corte penale internazionale, che – anche grazie ai suoi contributi – ha emesso mandati di arresto contro i vertici israeliani per presunti crimini di guerra.

Nel ricorso, vengono elencati i danni concreti subiti da Francesca Albanese e la sua famiglia: la perdita di accesso ai conti bancari, la sospensione dei rapporti con università e centri di ricerca statunitensi, l'impossibilità di viaggiare negli Usa e di utilizzare un appartamento a Washington a lei destinato per l'espletamento del mandato.

Per i ricorrenti, queste restrizioni non solo ostacolano il lavoro della relatrice speciale, ma colpiscono direttamente anche la vita familiare, visto che la figlia, nata negli Stati Uniti, viene indicata come parte della “comunità nazionale” danneggiata dal provvedimento.

Perché la Francia ha rinunciato a chiedere le sue dimissioni dall'Onu

Sul piano diplomatico, il caso Albanese resta altamente divisivo, tant'è che nelle scorse settimane Parigi era arrivata a ventilare la richiesta formale di rimozione dall'incarico al Consiglio Onu per i diritti umani, dopo che la relatrice aveva definito Israele “nemico comune dell'umanità” in un forum a Doha, espressione giudicata dal ministro degli Esteri Jean‑Noël Barrot “oltraggiosa e irresponsabile” perché rivolta non solo al governo ma “a Israele in quanto popolo e nazione”.

Una parte della classe politica francese contesta da tempo ad Albanese dichiarazioni ritenute incompatibili con l'imparzialità richiesta al suo ruolo e vicine a stereotipi antisemiti. Ma queste accuse sono respinte da Albanese che denuncia una sistematica distorsione delle sue parole.

Nella sessione di primavera del Consiglio a Ginevra, tuttavia, la linea di Parigi si è ammorbidita: l'ambasciatrice Céline Jurgensen non ha più chiesto apertamente la rimozione di Albanese, limitandosi a evocare “affermazioni ripetute ed estremamente problematiche” da perte di un relatore speciale e invitando tutti i titolari di mandato a una maggior misura e moderazione.

Dietro questa frenata, secondo le ricostruzioni, c'è la valutazione politica che una mozione formale per la rimozione si sarebbe probabilmente scontrata con la maggioranza dei Paesi del cosiddetto Sud globale, rischiando di trasformare il voto in uno scontro tra blocco occidentale e resto del mondo e, in caso di bocciatura, in un paradossale rafforzamento della posizione della relatrice italiana.

Sta di fatto che la Francia continua a considerare “gravi” le sue dichiarazioni e auspica che sia la stessa Albanese ad “avere la dignità di dimettersi”.

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