Altro che semplice polemica parlamentare. Le parole pronunciate in Senato da Matteo Renzi hanno acceso un faro su una tensione che da mesi serpeggia nei corridoi del potere romano.
Secondo il leader di Italia Viva dentro l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni sarebbe in atto una vera e propria “guerra strisciante” tra il ministro della Difesa Guido Crosetto e il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio con delega ai servizi segreti Alfredo Mantovano.
Un’accusa pesante, soprattutto perché pronunciata nel pieno di una fase internazionale delicatissima, segnata dalle tensioni in Medio Oriente e dal confronto con l’Iran.
Renzi è stato esplicito: “Non è pensabile che si faccia finta di niente. C’è qualcuno all’interno dei servizi di intelligence che ha messo di mira il ministro della Difesa”.
Parole che hanno gelato l’aula di Palazzo Madama e che hanno fatto immediatamente circolare nei palazzi romani una domanda: quanto è profonda davvero la frattura ai vertici dello Stato?
Chi frequenta da anni i corridoi del potere sa che il rapporto tra Difesa e intelligence è sempre stato un equilibrio delicatissimo.
Il ministro Crosetto controlla il mondo militare e il rapporto con la NATO e con gli alleati occidentali. Mantovano, invece, gestisce la cabina di regia dei servizi segreti e coordina l’intero sistema di sicurezza nazionale da Palazzo Chigi.
Due sfere di potere che inevitabilmente si incrociano: dossier sensibili, scenari geopolitici, missioni all’estero, relazioni con gli apparati alleati.
Negli ultimi due anni diverse indiscrezioni pubblicate su quotidiani e siti di retroscena hanno raccontato di rapporti tutt’altro che idilliaci tra i due. Piccoli attriti, divergenze su alcune scelte e soprattutto differenti sensibilità istituzionali.
Finora tutto era rimasto sullo sfondo. Le parole di Renzi, però, hanno portato il conflitto al centro della scena politica.
Ma nei palazzi romani molti osservatori invitano a guardare oltre la cronaca.
Dietro la tensione tra Crosetto e Mantovano – sussurrano fonti parlamentari – potrebbe esserci una partita molto più grande: quella per il Quirinale.
L’attuale presidente della Repubblica Sergio Mattarella resterà in carica fino al 2029. Una data che sembra lontana ma che nella politica italiana è già considerata un orizzonte strategico.
La corsa al Colle, infatti, inizia sempre molti anni prima, con movimenti sotterranei, costruzione di rapporti istituzionali e posizionamenti politici.
Ed è qui che il retroscena diventa interessante.
Crosetto e Mantovano sono due figure con profili molto diversi ma entrambe dotate di un forte pedigree istituzionale.
Il primo è uno dei fondatori di Fratelli d’Italia, un politico con una rete consolidata nei mondi militari, industriali e atlantici. Il secondo è un magistrato di lungo corso, considerato uno dei custodi della macchina dello Stato e oggi l’uomo più potente di Palazzo Chigi dopo la premier.
Due percorsi differenti che, nel lungo periodo, potrebbero incrociarsi proprio nella partita per il Colle.
In mezzo c’è inevitabilmente Giorgia Meloni, chiamata a tenere insieme due figure centrali del suo governo.
Crosetto non è soltanto il ministro della Difesa: è un amico politico di lunga data e uno dei fondatori del partito. Mantovano, invece, rappresenta l’asse istituzionale dell’esecutivo, il garante dei rapporti con gli apparati dello Stato e con il Quirinale.
Due pilastri diversi ma entrambi fondamentali per l’equilibrio del governo.
Per ora da Palazzo Chigi filtra una linea di assoluta cautela: nessuna guerra interna, solo normali dialettiche tra istituzioni.
Ma nei corridoi del potere romano il sospetto continua a circolare.
Perché quando si intrecciano intelligence, Difesa e futuro del Quirinale, raramente si tratta solo di rivalità personali. Spesso è il primo capitolo di una partita molto più lunga che potrebbe arrivare fino al 2029.
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