A una settimana dal voto, tutto ci si aspetterebbe da un leader di un partito che si è schierato per il Sì al referendum sulla Giustizia, tranne una resa.
È ciò che, invece, viene in mente leggendo l'ultimo post di Carlo Calenda: non è di incitamento per far andare a votare le persone e portare in porto la separazione delle carriere e il sorteggio anti-casta al Csm, ma una sconfortata constatazione:
Ora: se è davvero così, lo si saprà solo nel pomeriggio di lunedì 23 marzo.
Ma intanto, quando la battaglia infuria, quando i due fronti sono punto a punto, perché dare l'impressione di gettare la spugna?
Sarà la stanchezza della campagna referendaria, ma è curioso notare come prima Marco Travaglio per il fronte del No e poi Carlo Calenda per quello del Sì abbiano dato l'impressione di gettare la spugna. Evidentemente, in questi ultimi, decisivi giorni è difficile mantenere la calma e il sangue freddo.
Sia come sia. Ma Carlo Calenda, nell'ultima domenica di campagna referendaria, l'ha messa così sui suoi canali social:
Ma era questo il momento per arrischiarsi in queste analisi sociologiche? Queste parole non rischiano di scoraggiare o passare come un rompete le righe per il fronte del Sì, quello che anche Azione (almeno sulla carta) sostiene?
Ma tant'è: l'ex ministro ha continuato così:
Un'analisi condivisibile. Ma è stato giusto renderla pubblica da parte di un leader politico che si batte per il Sì a sette giorni dal referendum?
La conclusione del post, in ogni caso, è stata questa:
Beh, che almeno qualcuno rifletta: è ancora in tempo.
Magari, il post di oggi di Calenda è solo il frutto di una trovata della sua comunicazione. Far passare come una battaglia persa quella di modernizzare il Paese votando Sì alla riforma della Giustizia pungolando l'orgoglio degli indecisi. Oppure metterli spalle al muro: volete davvero vivere in un Paese conservatore e irriformabile, dove le caste continuano a spadroneggiare?
Beh: se sortirà gli effetti sperati, lo si scoprirà solo tra una settimana.
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