Non è stata solo un’operazione militare. Dietro la morte di Ali Larijani si nasconde una partita molto più sporca: quella tra gli Stati Uniti e Israele sul destino dell’Iran.
Perché Larijani – raccontano fonti di intelligence – non era un dirigente qualunque. Era la variabile imprevista. L’uomo che avrebbe potuto cambiare il finale della guerra senza far saltare tutto il sistema.
Una pedina interna al regime, ma con agganci esterni. Una figura che, nelle intenzioni attribuite a Donald Trump, poteva trasformarsi nel perno di una transizione controllata.
Mentre in pubblico Teheran mostrava i muscoli, dietro le quinte si muoveva altro. Secondo indiscrezioni raccolte in ambienti diplomatici, nelle settimane precedenti all’eliminazione di Larijani sarebbero stati riattivati canali informali tra Washington e l’establishment iraniano.
Al centro di questi movimenti proprio Larijani: ex presidente del Parlamento, uomo di sistema ma con una storia di rapporti indiretti con gli Stati Uniti, anche attraverso figure come John Kerry.
Non un dissidente, ma nemmeno un falco puro. Piuttosto un “ponte”, uno di quelli che nei momenti di crisi diventano improvvisamente utili.
La strategia attribuita a settori vicini a Trump era chiara: cambiare l’Iran senza distruggerlo.
Via la linea più radicale legata alla Guida Suprema, dentro una figura capace di garantire continuità ma anche apertura. Un ribaltamento interno, guidato e controllato.
Larijani, in questo schema, rappresentava il candidato perfetto: abbastanza dentro il sistema da non farlo implodere, ma abbastanza autonomo da poterlo riorientare.
Un’operazione chirurgica, pensata per evitare una guerra lunga e ingestibile.
Ma questa linea si scontra con un’altra visione, molto più netta. Per Israele, un Iran “aggiustato” resta comunque un problema. Il rischio è ritrovarsi davanti lo stesso avversario, solo più presentabile.
Meglio quindi indebolirlo alla radice.
È qui che nasce il sospetto – che circola con insistenza nei circuiti più informati – che l’eliminazione di Larijani non sia stata solo una scelta tattica, ma anche politica: togliere di mezzo l’uomo che poteva rendere possibile un compromesso.
In altre parole: impedire qualsiasi uscita morbida dal conflitto.
Il risultato è immediato. Senza una figura come Larijani, il sistema iraniano si compatta attorno alle sue componenti più rigide.
Tra i nomi che avanzano c’è quello di Saeed Jalili, espressione della linea più dura e meno incline a qualsiasi dialogo con l’Occidente.
Il messaggio è chiaro: niente trattative, niente aperture. Solo contrapposizione.
Senza Larijani, l’ipotesi di una transizione pilotata si dissolve. Resta un Iran più radicale e meno gestibile.
E soprattutto, torna sul tavolo lo scenario che si voleva evitare: una guerra lunga, instabile e senza interlocutori credibili.
Quello che emerge è un quadro inquietante: non un solo conflitto, ma due.
Il primo è quello visibile, tra Israele e Iran. Il secondo è quello sotterraneo, tra alleati con obiettivi diversi.
Da una parte chi puntava a chiudere la partita con un cambio interno. Dall’altra chi preferisce andare fino in fondo, anche a costo di incendiare l’intera regione.
Nel mezzo resta una certezza: la morte di Ali Larijani non è solo un episodio di guerra.
È il segnale che la strada della trattativa, se mai è esistita, è stata definitivamente cancellata.
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