Nella contea di Wexford, in Irlanda, nel 1878 nacque Eileen Gray, che da adulta divenne una figura cruciale del design e dell’architettura occidentale più innovativa del Novecento. Da bambina crebbe in un privilegiato contesto bucolico, nella residenza di famiglia Brownswood. Immersa nel verde dei prati e dei boschi irlandesi, si trattava di una villa di campagna nel tipico stile dei possidenti terrieri dell’aristocrazia anglosassone. Questo ambiente contribuì per Eileen nello sviluppo di una libertà di pensiero aperta e senza troppi stigmi, appartenenti invece alla mentalità perbenista cittadina. La propensione del padre verso la pittura autodidatta e dilettantistica le diede la possibilità di entrare a contatto diretto con l’arte, sin dalla tenera età.
Da ragazza visse tra Londra e Parigi, formandosi a livello internazionale, sia in ambito accademico che non. Intorno al 1900, presso la Slade School of Fine Art di Londra, una delle scuole più all’avanguardia dell’epoca, iniziò a studiare arte, concentrandosi maggiormente sul disegno e sulla pittura. In seguito si trasferì a Parigi, frequentando ulteriori ambienti accademici, ma continuando parallelamente a formarsi anche in contesti non scolastici, concedendosi di sperimentare in modo autonomo. In particolare, studiò affiancandosi all’artigiano giapponese Seizo Sugawara, apprendendo la tecnica rivoluzionaria della lavorazione della lacca, che richiedeva maestria, manualità e grande pazienza. Spingendosi poi verso il design di mobili moderni, che potremmo definire addirittura futuristici, creò pezzi funzionali dall’eleganza asciutta e minimalista.
Ma fu l’incontro artistico e spirituale con l’architetto e critico Jean Badovici, direttore della rinomata rivista L’Architecture Vivante, che Eileen Gray sperimentò inoltre l’architettura. Tra il 1926 e il 1929 insieme costruirono una casa sul mare, in Costa Azzurra, vicino Roquebrune-Cap-Martin, a cui diedero il nome di E.1027, divenuta per qualche anno il loro nido d’amore. La struttura era progettata per somigliare a una nave. Il terreno fu acquistato da lei, ma decise di intestare la proprietà interamente a lui, perché non le piaceva possedere le cose. I due si conobbero agli inizi degli anni ’20 e l’incontro fu fatale per entrambi, nonostante Jean fosse di quindici anni più giovane di Eileen. Quando però il rapporto si concluse, la Gray abbandonò Badovici distrutto dal mal d’amore, lasciandogli la villa. Rimasero comunque amici e, parecchi anni più tardi, si ricongiunsero al capezzale di Badovici, affetto da un brutto male. Quando lui morì, lei si occupò del funerale.
Prima di tutto ciò però, ci fu un personaggio che potremmo definire controverso e in qualche modo anche divisivo per la coppia: sto parlando di Le Courbousier (pseudonimo di Charles-Édouard Jeanneret-Gris). Le Courbousier, architetto, urbanista e pittore svizzero, naturalizzato francese, era amico di Badovici e frequentava la E.1027, che nel frattempo era diventata un punto di incontro per intellettuali modernisti. Dopo la fine della relazione tra Eileen e Jean, Le Courbousier cominciò a divenire più subdolo e persuasivo nei confronti dell’amico. Le Courbousier, difatti, aveva diverse mire nei riguardi della proprietà, soprattutto a causa di alcuni murales che dipinse sulle pareti dell’abitazione, tra 1938 e il 1939. Quei dipinti furono fatti senza l’approvazione di Eileen, che quando li vide li reputò una grave violazione del suo progetto architettonico, creato invece per realizzare un’opera unitaria, dallo stile coerente, tra la struttura, gli arredi e le superfici. Dopo la morte di Badovici, la E.1027 subì diverse fasi tra abbandono e tentativi di recupero. Oggi l’immobile è tutelato come patrimonio culturale e può essere visitato, anche se molte delle opere originali della Gray sono state rimosse o collocate in musei per essere preservate.
Di questa storia i registi Beatrice Minger e Christoph Schaub hanno deciso di farne un soggetto per il cinema. A metà tra il documentario e il biopic drammatico, che potremmo definire docudramma, E.1027 – Eileen Gray e la casa sul mare ci racconta una storia d’indipendenza femminile, d’amore, ma anche di ingiustizia. Il documentario è stato realizzato come uno spettacolo teatrale: al centro della scena c’è Eileen, che si muove all’interno dello sviluppo narrativo sia come protagonista che come narratore. Le figure di Badovici e di Le Courbousier si alternano e si affiancano tra flashback e sovrapposizioni temporali. I ricordi e la memoria di Eileen sono stati ricostruiti in una realtà ibrida tra il palcoscenico e lo spazio domestico, rendendo la coscienza della protagonista una vera e propria dimora in uno scenario quasi onirico. Il film fa luce sulla marginalizzazione subita dalla Gray, come donna e come professionista, soprattutto da parte di Le Courbousier. La pellicola mira a sottolineare quale fosse l’intento originario nella creazione della casa da parte dell’artista; non solo un edificio, ma un posto per vivere che diviene scrigno per custodire l’anima. 3,7 stelle su 5.
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