Umberto Bossi è morto a 84 anni a Varese. La politica italiana dà l'addio a uno dei protagonisti più importanti e controversi della seconda Repubblica.
Fondatore della Lega Nord, ministro, deputato, senatore ed europarlamentare, il “Senatùr” ha incarnato l’ascesa e la radicalizzazione di un partito che ha rivoluzionato il quadro politico del Paese, imponendo, dopo Tangentopoli, al centrodestra e al Paese intero la questione del federalismo e dell’identità settentrionale.
La frase “la Lega ce l’ha duro” è diventata uno dei slogan più iconici dell’era Bossi. Sintetizzava l'aggressività, l'orgoglio e il senso di appartenenza del movimento leghista.
I media e gli archivi video indicano che Bossi la pronunciò pubblicamente durante un comizio della Lega nel 1996.
Ma in realtà, la prima volta che la pronunciò fu durante un'intervista che concesse a Gad Lerner in un bar di Legnano.
Lo slogan, poi, divenne un marchio di fabbrica durante i raduni leghisti già negli anni Novanta.
Bossi alludeva non solo alla virilità dei suoi, ma anche alla determinazione e alla resistenza della Lega Nord contro quella che allora etichettava come "Roma-ladrona”, questo in linea con il linguaggio crudo e popolare che il leader ha sempre usato per parlare alla sua base.
Umberto Bossi ha rappresentato la nascita e la radicalizzazione di un partito‑movimento che ha spostato il baricentro politico del Paese, strappando consenso alle tradizionali forze del centrodestra e ridisegnando il rapporto tra il Nord e lo Stato centrale.
Fondando la Lega Lombarda nel 1984 e poi la Lega Nord, Bossi ha portato in Parlamento una narrativa federalista e separatista che, pur evoluta nel tempo, ha lasciato un’eredità duratura: la richiesta di autonomia, la lotta contro le tasse dello Stato centrale e la denuncia del “depredamento” del Mezzogiorno sono diventate temi strutturali del dibattito politico italiano.
Nel corso dei governi Berlusconi, Bossi è passato dall’antagonismo radicale alla gestione di ministeri chiave (Riforme, Federalismo), contribuendo a imprimere un’accelerazione ai processi di decentramento amministrativo all'insegna di una cultura politica più regionalista.
La sua caduta nel 2012, dopo gli scandali finanziari e l’ictus, ha aperto la strada all'era Salvini, ma la figura del “Senatùr” resta archetipica: simbolo di un populismo primordiale, di un’ironia aggressiva e di una rottura definitiva con il linguaggio politico tradizionale.
La sua morte ha riportato in primo piano la memoria di un leader che ha segnato un’epoca, non solo per il sogno federalista, ma anche per lo stile incandescente e iconoclasta che ha usato nel raccontare la Lega, il partito che "ce l'aveva duro”.
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