Nel 1990 il popolo iracheno era afflitto da un tasso di povertà estrema, uscito da soli due anni dalla guerra contro l’Iran. Conflitto che di fatto non aiutò mai nessuno, lasciando entrambe le Nazioni devastate ed economicamente in grave crisi. Ad ingigantire il peso di una quotidianità in condizioni di disgrazia c’era la presenza di un despota insensibile e sovversivo, al quale poco importava del benessere comune. Il suo unico obiettivo era quello di accrescere la propria leadership a livello internazionale, imboccando la sua fame di potere come si faceva col vitello grasso ai tempi della parabola del figliol prodigo.
Saddam Hussein, salito al comando nel 1979, noncurante del malessere popolare, come Stalin, Hitler, Mussolini, ma soprattutto nella Cina di Mao, durante il suo mandato si preoccupò di portare avanti un regime basato sul culto della personalità, schiacciando la comunità irachena con atti repressivi e obbligandola a venerarlo alla maniera di un dio. A ogni suo compleanno vigeva l’obbligo di festeggiamenti pubblici e privati, come fosse una ricorrenza religiosa. A Saddam non importava che la gente non avesse i soldi per celebrare il suo genetliaco; era un imperativo per tutti, grandi e piccini.
Il 2 agosto del 1990 prese un’ulteriore decisione scellerata, nel trionfo del suo tipico egoismo imperante: invadere il Kuwait, dando inizio a quella che poi venne denominata la prima Guerra del Golfo. Un conflitto lampo, durato solo sei mesi circa, terminato il 28 febbraio del 1991, ma che causò migliaia di vittime, tra soldati e civili, feriti e prigionieri di guerra. Senza contare le case e gli edifici che vennero distrutti a causa dei bombardamenti.
Le ragioni erano semplici: l’Iraq era uscito dalla battaglia contro l’Iran in forte debito con il Kuwait, perché quest’ultimo aveva prestato al governo di Saddam ingenti somme per sostenere lo sforzo bellico. Nel 1988, quando Iran e Iraq accettarono di firmare il cessate il fuoco mediato dall’ONU, Saddam chiese al Kuwait che i debiti venissero estinti. La richiesta non fu accolta, inasprendo i rapporti fra le due parti. Il Kuwait inoltre è da sempre stato un territorio ricco di giacimenti petroliferi. Con l’invasione da parte dell’Iraq l’obiettivo era di impossessarsi di quei pozzi di oro nero. Saddam sosteneva anche che il Kuwait fosse storicamente una provincia irachena e accusava il Paese di estrarre petrolio dai giacimenti al confine con perforazioni inclinate.
Ma come sono la fame e l’indigenza vissute da un bambino? Perché se è certo che il contesto di uno Stato in guerra è traumatico e asfissiante per ogni individuo, per quanto possa sembrare banale, è pur vero che per i più piccoli la confusione e lo smarrimento causati da un tale scenario non riusciranno mai a trovare una risposta comprensibile. Il cineasta Hasan Hadi, sinora conosciuto come sceneggiatore, al suo primo lungometraggio da regista, ha voluto raccontarci una delle giornate peggiori di una bambina irachena ai tempi della Guerra del Golfo. Tra i produttori de La torta del Presidente figura il celebre sceneggiatore statunitense Eric Roth.
Lamia (Banin Ahmad Nayef) ha nove anni e vive in una tenda con la nonna Bibi (Waheed Thabet Khreibat), anziana e malata. Entrambi i genitori sono morti e il suo migliore amico è un gallo, usato come animale domestico. Il suo nome è bello e sciagurato al tempo stesso, perché se in arabo significa raggiante come una stella, nella tradizione mitologica greca Lamia era una regina libica che si trasformò in un demone divoratore di bambini. Tale contraddizione netta è come se fosse il simbolo della sua esistenza: aver ricevuto il dono meraviglioso della vita le si è rivelato fatale, costretta a crescere in una baracca improvvisata tra i campi, in una realtà di miseria e bombardamenti. Una mattina a scuola viene estratta a sorte per preparare obbligatoriamente una torta per il compleanno di Saddam Hussein. Senza soldi, si recherà in città con la nonna per tentare di reperire farina, uova e zucchero. Incontrando l’amico Saeed (Sajad Mohamad Qasem), lui e Lamia si ritroveranno a vivere una giornata piena di ostacoli e prove da superare.
La pellicola è stata realizzata con un cast quasi interamente di attori senza esperienza; tuttavia, la recitazione risulta di ottimo livello. In particolare, l’interpretazione di Banin Ahmad Nayef, nei panni della piccola protagonista, è davvero toccante. L’opera ci pone dinnanzi a una cruda domanda: la pretesa del gesto apparentemente semplice di preparare un dolce che ripercussioni può avere sulla quotidianità di chi deve centellinare finanche un chicco di riso per non patire del tutto la fame? Ma, forse, l’aver avuto il privilegio di essere nati nella parte fortunata del mondo, non può darci, fino in fondo, la capacità di comprendere quanto può essere catastrofica la spesa di una torta nella vita di chi non possiede neppure l’acqua da bere. Opera di grande spessore morale, dolce, commovente, delicata nel suo brutale realismo. 4 stelle su 5.
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