La reale portata della sconfitta del governo al referendum sulla giustizia emergerà nei prossimi giorni, con i primi sondaggi successivi al voto. Le percentuali di gradimento degli elettori italiani disegneranno il perimetro del ‘problema’ per Giorgia Meloni e i suoi alleati.
Qualcuno potrebbe obiettare che la portata del disastro è apparsa subito evidente, ma nelle segreterie di partiti – a destra come a sinistra – si sa bene che ciò che conta di più sono le ripercussioni sull’elettorato.
Ecco perché a via della Scrofa, come a San Lorenzo in Lucina si attendono parecchia ansia le rilevazioni dei prossimi giorni. I sondaggi di questa settimana – quello di SWG per il TgLa7 e la Supermedia Youtrend - sono riferiti alla settimana precedente al referendum, quindi rappresentano più che altro una fotografia dello stato d’animo con cui gli elettori italiani si sono approcciati alle urne lo scorso fine settimana.
L’analisi dei numeri non lascia dubbi sul perché abbia prevalso il No in una votazione che poco aveva a che fare con la riforma da approvare e molto con il giudizio sul Governo: calo di tutti i partiti di maggioranza, con FdI addirittura con la percentuale più bassa (28,7% fonte Youtrend) dalle Europee 2024.
Ma se i dati demoscopici di questa settimana hanno cristallizzato il trend che ha spinto il No, quelli della prossima settimana indicheranno la portata reale dei danni a cui dover porre rimedio negli ultimi dodici mesi di governo.
Dodici mesi destinati a trasformarsi in una campagna elettorale permanente in vista delle Elezioni Politiche del 2027.
Elezioni che si avvicinano, tuttavia, anche per il centrosinistra che adesso sa di non avere più alibi e deve accelerare la creazione di una coalizione unitaria per sfidare in centrodestra
La bocciatura del governo al Referendum sulla Giustizia ha già avuto pesanti ripercussioni politiche per il Governo.
Le dimissioni eccellenti degli ultimi giorni ne sono un esempio, ma il responso delle urne, per la prima volta non favorevole alla premier, ha fatto suonare più di un campanello d’allarme a via della Scrofa e dintorni. In casa centrodestra si attende con un po' di preoccupazione i prossimi i rilevamenti politici sulle intenzioni di voto degli italiani, in vista delle Elezioni Politiche del 2027.
Saranno i primi dopo la consultazione referendaria e racconteranno molto di quello che è il consenso intorno ai partiti di governo.
Dai sondaggi di questa settimana (riferiti alla settimana scorsa) non sono arrivate buone notizie per Fratelli d’Italia che è il vero motore della coalizione. Nella Supermedia Youtrend ad esempio è calato dello 0,6%, scendendo al 28,2%, il dato più basso dalle Europee 2024. In quello di Swg per il TgLa7 era dato al 29,5%.
La dimensione reale del danno, tuttavia, emergerà dalle prossime rilevazioni, quelle condotte dopo il referendum. Dati che nelle segreterie di centrodestra saranno attentamente analizzati.
Più che nel merito del quesito, la portata politica del referendum sulla giustizia va letta come un passaggio dentro il ciclo del consenso che sostiene il governo.
Il voto sembra infatti aver intercettato un primo segnale di raffreddamento nei confronti dell’esecutivo: una dinamica che può essere interpretata sia come un fisiologico calo dopo una lunga fase di stabilità, sia come l’emergere di una più profonda disaffezione di una parte dell’elettorato.
Allo stesso tempo, la consultazione ha mostrato una capacità di mobilitazione dell’opposizione che, pur non ancora strutturata in un’alternativa politica coesa, ha dimostrato di poter incidere quando il terreno di scontro si sposta su un piano più politico che tecnico.
In questo quadro, il risultato referendario assume un significato ulteriore perché incide sulla dimensione fortemente personalizzata del consenso costruito da Giorgia Meloni. Finora la presidente del Consiglio era riuscita a mantenere un rapporto diretto e relativamente stabile con il proprio elettorato, assorbendo anche le difficoltà della coalizione.
Il voto, invece, rappresenta il primo passaggio in cui questa centralità appare meno solida: non tanto per un crollo immediato, quanto per l’emergere di possibili segnali di logoramento nel medio periodo. Più che una bocciatura definitiva, dunque, il referendum può essere letto come un campanello d’allarme politico, destinato a pesare sulle scelte strategiche del governo nei mesi che porteranno alle prossime elezioni.
???? #Supermedia Youtrend per @Agenzia_Italia dei sondaggi (e variazione rispetto al 5 marzo):
— Youtrend (@you_trend) March 26, 2026
FdI 28,2% (-0,6)⁰
PD 21,8% (+0,2)⁰
M5S 13,2% (+0,8)
FI 8,9% (+0,2)
AVS 6,7% (=)
Lega 6,3% (-0,2)
FN 3,6% (+0,4)
Azione 3,0% (-0,3)
IV 2,2% (=)
+E 1,5% (-0,1)
NM 1,2% (+0,1) pic.twitter.com/Zmk0YEyqRh
La segretaria del Pd, Elly Schlein, ha dichiarato che il campo progressista si farà trovare pronto in qualsiasi momento si andrà a votare, ma un conto sono le intenzioni e un altro i fatti. I dati demoscopici della prossima settimana saranno una cartina tornasole importante anche per il centrosinistra, perché come ha detto sempre Elly Schlein, la vera sfida del campo largo oggi è capitalizzare la valanga di No incassata alla consultazione sulla Giustizia.
Voti che la segretaria dem è consapevole che non appartengono ancora tutti al centrosinistra, ma che ci sono e vanno conquistati uno per uno.
I primi sondaggi post-referendum, tuttavia, rappresentano un’incognita anche per il centrosinistra che nell’ultimo mese non è riuscito ad approfittare concretamente del momento di difficoltà del centrodestra.
Il Pd ha continuato ad alternare timidi passi avanti a lievi flessioni che di fatto lo hanno tenuto inchiodato sotto il 23%. Il Movimento 5 Stelle ha avuto momenti buoni alternati ad altri meno buoni, e anche nel suo caso è rimasto bloccato nel limbo del 12%. Meglio AVS, altalenante il contributo dell’ala centrista, Italia Viva e +Europa.
Insomma, il campo progressista non è stato mai capace di mettere la freccia e superare un centrodestra in fase di rallentamento.
Più che una battuta d’arresto, il referendum potrebbe rappresentare l’inizio di una nuova fase politica: quella in cui il consenso non è più dato per scontato e ogni passaggio elettorale diventa un test sulla tenuta del sistema dei partiti.
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