La commissione parlamentare per l'emergenza Covid ha avviato un nuovo fascicolo d'inchiesta relativo alle misure adottate dal governo Conte II nella seconda fase dell'emergenza pandemica, quella per intenderci che copre l'arco temporale che va da settembre 2020 al dicembre 2020.
Sono i mesi della cosiddetta seconda ondata, caratterizzata dall'estensione del contagio in tutta la penisola e l'avvio del sistema dei codici di colore per determinare le restrizioni sui territori.
A differenza della prima fase, quella del lockdown nazionale, quando l'emergenza interessò soprattutto le regioni del centro-nord, la seconda fase colpì duramente anche le regioni meridionali, mettendo in luce la drammatica realtà della sanità nel mezzogiorno.
Il primo ad essere ascoltato è stato il dottor Fabio Ciciliano esperto di medicina delle emergenze, oggi Capo Dipartimento della Protezione Civile, negli anni della pandemia da Sars Cov-2 membro del Comitato Tecnico scientifico.
L'audizione di Ciciliano si è concentrata su due elementi: l'utilizzo dei tamponi antigenici per mappare il contagio sui territori e i criteri per la determinazione delle misure restrittive nelle regioni.
Dopo una breve illustrazione iniziale, in cui l'attuale capo della Protezione Civile ha ricostruito la situazione al settembre 2020, quando gli italiani rientrando dalle ferie cominciarono ad ammalarsi nuovamente e la curva dei contagi cominciò a salire vertiginosamente.
La seconda ondata era iniziata e si dovette ricorrere nuovamente a misure di contenimento che sfociarono nel cosiddetto codice dei colori per le regioni. Tre colori: rosso, giallo e verde con misure restrittive di diverso livello di severità.
Alle regioni veniva assegnato un colore in base alla gravità della situazione: le regioni con il maggior numero di contagi o con più ricoveri in terapia intensiva, avevano in codice rosso che prevedeva un coprifuoco più stringente, la chiusura di attività commerciali non necessarie, in molti casi la chiusura di scuole uffici.
Per la determinazione del colore furono utilizzati 7 parametri (inizialmente erano 21, ma poi furono ridotti per facilitare le regioni nella comunicazione dei dati) tra cui l'incidenza complessiva del virus, la capacità di trasmissione (indice R con T), il tasso di esecuzione dei test diagnostici, percentuale di tamponi positivi e numero di posti in terapia intensiva.
I dati su cui si basava la determinazione dei colori venivano trasmessi dalle regioni al Cts, con un'evidente rischio di disomogeneità tra le diverse regioni.
Disomogeneità che riguardava anche le misure che le regioni potevano adottare per contrastare il contagio, come ad esempio decidere la chiusura delle scuole o delle attività commerciali con ordinanze regionali e anche comunali.
Rispondendo alla domanda del commissario di FdI, Francesco Cianciatto, che gli chiedeva se non sarebbe stato meglio in quell'occasione una maggiore centralità delle decisioni, Fabio Ciciliano, ha dichiarato che sarebbe stato auspicabile l’applicazione dell’articolo 117 della Costituzione, che attribuisce allo Stato una legislazione esclusiva in diverse materie, compresa la sicurezza.
Uno degli elementi più critici di quel periodo, ha spiegato Ciciliano fu il "coordinamento tra istituzioni nazionali e regionali. Cosa si sarebbe potuto fare? Io penso che ci fossero gli strumenti per evitare questo mancato o inefficace coordinamento, si sarebbe potuto applicare l'articolo 117 della Costituzione ed evitare che le regioni e i territori fossero della partita".
Ciciliano poi ha aggiunto: "Dal punto di vista nazionale sarebbe stato più idoneo e anche più semplice per la gestione del Covid."
Si è poi aperto il filone dei tamponi, che rappresentavano in quei mesi il criterio di valutazione primario per la determinazione del colore delle regioni. Inizialmente si utilizzarono i tamponi molecolari che in quanto strumenti di analisi diagnostica garantivano una maggiore affidabilità, ma che richiedevano tempi più lunghi (tre giorni di media) per i risultati.
Si decise quindi di passare ai tamponi antigenici, quelli che si facevano in farmacia, che avevano un'affidabilità minore ma il pregio di restituire i risultati in 15 minuti.
Il dottor Ciciliano ha spiegato, che in quella fase della pandemia la velocità nel reperimento dei dati rappresentava la priorità. Era necessario intervenire tempestivamente sui territorio per isolare e spegnere eventuali focolai, ragion per cui, si decise di utilizzare i i test antigenici "per la velocità anche se non erano test diagnostici veri".
Ecco cosa è emerso dall'ultima audizione della Commissione d'inchiesta sulla gestione dell'emergenza Covid.
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