Il 14 aprile del 1931, in Spagna, cadde la monarchia di Alfonso XIII. Quest’ultimo, avendo capito di non possedere più il consenso della popolazione spagnola, decise di abbandonare il Paese, andando in esilio, senza abdicare formalmente. Nella stessa giornata venne istituita la Seconda Repubblica Spagnola, un regime democratico che portava con sé una ventata di libertà, progresso, modernità ed era incentrata sull’accrescimento dei diritti civili, introducendo, ad esempio, il diritto di voto per le donne.
Ma se un simile cambiamento era auspicabile per chiunque, la società invece si divise a metà, creando una frattura in tutto lo Stato, che cinque anni dopo diede inizio a una guerra civile. Da un lato vi erano i comunisti, gli uomini di sinistra, i repubblicani e i lavoratori, soprattutto la classe operaia, dall’altra, i conservatori, i monarchici, la Chiesa e parte dell’esercito. In questo clima di tensioni e smarrimento sociale, come avvenuto negli stessi anni in Italia con Mussolini e in Germania con Hitler, fu facile che un soggetto autoritario, violento, prevaricatore e fortemente legato alla mentalità machista venisse scambiato per una figura carismatica, incantando la folla.
Parliamo di Francisco Franco, uno dei generali più giovani d’Europa, che già durante il colonialismo in Marocco, all’età di 33 anni, acquisì grande fama per la sua spietata e fredda disciplina. Franco era un nazionalista aspro, sessista, omofobo e razzista. Grande sostenitore del fascismo mussoliniano e del nazismo hitleriano, nel corso della guerra civile ebbe il sostegno militare di Italia e Germania, ma una volta sopraggiunta la Seconda Guerra Mondiale, quando arrivò il momento di ricambiare il favore, decise piuttosto di rimanere neutrale, escludendo la Spagna dal conflitto. E, per quanto io sia antifascista e di sinistra, credo si possa dire che questo incarni perfettamente la personalità prevaricatrice, egoista e sfruttatrice di un banale vigliacco e abietto. Un codardo, capace delle peggiori nefandezze coi più deboli, ma non altrettanto sfrontato da sfidare qualcuno ad armi pari, neppure per rimanere fedele al fianco dei propri compari. Una bassezza morale degna della sua statura.
Ebbene, tornando alla Spagna degli anni ’30, nel 1939, dopo un conflitto sanguinoso che portò fame, morti e miseria, Francisco Franco vinse la guerra civile salendo al potere. Insediandosi al governo, istituì la dittatura franchista, cessata nel 1975 al suo trapasso. A quel punto, subiti decenni di repressione, la Spagna si avviò verso la democrazia. Il regista Manuel Gómez Pereira, nato a Madrid nel 1958, avendo vissuto egli stesso la dittatura franchista, ha preso ispirazione dalla pièce teatrale La cena de los generales, scritta dal drammaturgo José Luis Alonso de Santos, per la sua nuova pellicola, intitolata A cena con il dittatore (2025).
Siamo in Spagna, nella primavera del 1939, alla fine della guerra civile. Il neodittatore Francisco Franco (Xavi Francés) incarica il tenente Medina (Mario Casas) di organizzare una cena per 60 generali, presso l’albergo più prestigioso della Nazione. Ma Medina, arrivato all’hotel, scoprirà che ormai viene utilizzato come ospedale e che quasi tutti gli chef del Paese sono stati incarcerati perché comunisti. Collaborando con il direttore Genaro Palazón (Alberto San Juan), farà scarcerare per un giorno la brigata di cucina originaria per allestire il ricevimento perfetto. Quel che Medina non sa è che, durante i preparativi della cena, verrà architettata una fuga.
Il nuovo film di Pereira si caratterizza da subito con lo stile di un’operetta, scegliendo la commedia per il compito gravoso di far satira in un periodo storico in cui il mondo occidentale sembra (inspiegabilmente) agognare sempre più la ricomparsa della destra fascista. Difatti, la principale riflessione che dovrebbe scaturire da lungometraggi simili è come facciano a essere ancora così attuali pur parlando di un’epoca tragica, che risale a quasi cento anni fa. A cena con il dittatore è un’allegoria della repressione e della tirannia, che mira a ridicolizzare le figure di potere oppressive, i leader più violenti, i criminali di guerra, con la speranza di ricordarci cosa siamo tragicamente stati, proprio oggi che pare si brami un ritorno alla disumanità brutale e prevaricatrice.
Gradevole e divertente, il film tiene compagnia dall’inizio alla fine raccontando la resistenza. Da sottolineare l’esilarante partecipazione del doppiatore comico Fabio Celenza come voce di Francisco Franco, scelto apposta per sbeffeggiare El Caudillo. Piccolo inciso, per approfondire la guerra civile spagnola, consiglio di studiare il quadro Guernica di Picasso. Il dipinto rappresenta il bombardamento di Guernica, avvenuto nel 1937, ed è simbolo internazionale della ferocia franchista. Per A cena con il dittatore, 3,7 stelle su 5.
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