Il rapporto di Human Rights Watch pubblicato il 14 maggio 2026 si intitola «Every Autocrat's Dream» e già il titolo dice quasi tutto. Quarantadue pagine, sedici Paesi, una conclusione che pesa: il taglio brutale degli aiuti esteri americani deciso da Donald Trump nei primi tre mesi del 2025 ha consegnato agli autocrati di mezzo mondo, scrive HRW, un "semaforo verde stabile" per agire impuniti. Sarah Yager, direttrice di HRW a Washington, lo riassume così: «Il ritiro del sostegno americano al movimento globale per i diritti umani è stato musica per le orecchie degli autocrati». Servono i numeri per misurarlo.
L'OECD ad aprile 2026 ha certificato il crollo: gli aiuti pubblici allo sviluppo dei Paesi membri sono caduti del 23% tra 2024 e 2025, il calo più profondo da quando esistono le statistiche. Il contributo statunitense è precipitato da 63 a 29 miliardi di dollari, meno 57% in dodici mesi. Il Center for Global Development stima fra i 500mila e il milione di morti annui aggiuntivi imputabili ai soli tagli sanitari e umanitari. Refugees International calcola che gli aiuti umanitari globali statunitensi sono passati da 14 a 3,7 miliardi di dollari nel solo 2025. Uno studio pubblicato su «Science» a maggio 2026 lega direttamente la chiusura di USAID a un aumento significativo dei conflitti armati nelle regioni africane più dipendenti dalla sua presenza. Lo smantellamento dell'agenzia, completato il 1° luglio 2025, ha cancellato il 90% dei contratti di assistenza, circa 60 miliardi di dollari, e azzerato 5.800 progetti su 6.200. Il 18 luglio 2025 il Congresso ha approvato il Rescissions Act, ratificando il taglio di 8 miliardi già operato. La Corte Suprema a settembre 2025 ha autorizzato l'amministrazione a trattenere i fondi pur in pendenza di giudizio.
Il rapporto HRW racconta cosa significa nel concreto: medici senza kit profilattici in Congo orientale dopo il 32% in più di stupri di guerra; 100mila rifugiati Myanmar in Thailandia rimasti senza cibo e cure; i giornalisti afghani delle redazioni in esilio costretti a chiudere; Cristosal in El Salvador in fuga in un Paese vicino perché Bukele ha tassato al 30% le ong straniere mentre la sua direttrice anticorruzione, Ruth López, finisce in carcere; le radio nordcoreane di Voice of America e Radio Free Asia silenziate, con le ore di trasmissione verso Pyongyang crollate dell'80%; in Georgia il governo Sogno Georgiano passa la sua legge sugli «agenti stranieri» mentre la rete di assistenza legale per i manifestanti chiude da un giorno all'altro.
In ognuno di questi sedici Paesi un governo repressivo ha guadagnato margine. La parte interessante arriva quando si guarda l'effetto secondario, quello che manca nelle 42 pagine HRW perché è una traiettoria politica più che una conta dei danni. Trump sta concimando il terreno per gli autocrati amici, oltre a togliere strumenti a quelli nemici. Il problema è che gli amici autocrati, per definizione, restano amici per poco. Il concime serve loro per crescere e una volta cresciuti hanno fame.
Benjamin Netanyahu è l'esempio più chiaro. A ottobre 2023 la sua carriera politica sembrava finita: indagato per corruzione, sotto processo per frode, contestato in piazza per la riforma della giustizia. A maggio 2026 domina la politica israeliana, ha trascinato gli Stati Uniti in due attacchi contro l'Iran (giugno 2025 e febbraio 2026), vuole cancellare Hezbollah come forza regionale, ha visto cadere Assad in Siria e Maduro a Caracas, ha incassato la grazia chiesta da Trump al presidente Isaac Herzog. Aviv Bushinsky, suo ex consigliere, lo ha detto al Wall Street Journal: «Ha impiegato tutti i suoi sforzi per convincere un pubblico composto da una sola persona, il presidente Trump». Ha vinto.
Solo che il concime di Trump è democratico per natura. Rinforza autocrati di destra ovunque, e nessuno di loro ha intenzione di restare nel guinzaglio di Washington. A maggio 2026 Netanyahu rilascia un'intervista a «60 Minutes» della CBS in cui afferma che «la guerra non è finita», che bisogna «prendere l'uranio iraniano» fisicamente sul campo, che servono altri attacchi. Trump intanto ha proposto un memorandum di pace in 14 punti. Teheran ha risposto, Trump ha definito la replica «inappropriata», Netanyahu ha spinto per riprendere i bombardamenti. Chi guida chi, qui?
La domanda è retorica. Per due volte, a giugno 2025 e a febbraio 2026, Trump ha bombardato l'Iran perché Netanyahu glielo aveva chiesto. Lo ha scritto «Il Post» citando il suo ex consigliere: il pubblico di Netanyahu, da decenni, è composto da un solo presidente americano alla volta. Ha incrinato i rapporti con Obama provandoci, ha avuto successo con Trump. E adesso che il successo è arrivato, l'allievo si è emancipato. Netanyahu ormai detta l'agenda, e a Washington devono seguirla.
Il rapporto HRW chiude con raccomandazioni al Congresso americano per ripristinare i fondi. Le raccomandazioni resteranno carta. La logica del processo è più semplice e più cupa: quando un autocrate al potere a Washington concima il terreno per altri autocrati, e quando questi altri autocrati hanno mezzi e ambizione, il giardiniere finisce per essere mangiato dal giardino. Lo sta vedendo in diretta con Netanyahu in Iran. E intanto il sogno di ogni autocrate, come scrive HRW, è già realtà.
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