Mentre Trump vola verso la Cina per uscire dal pantano, il Pentagono sta valutando di ribattezzare la guerra contro l'Iran da operazione Epic Fury a Sledgehammer (Martello da demolizione) qualora il cessate il fuoco dovesse fallire e gli USA dovessero ricorrere ancora alla ripresa delle operazioni da combattimento su vasta scala. Il cambio di nome consentirebbe all'amministrazione di sostenere che la ripresa degli scontri costituisce una nuova operazione militare, facendo ripartire di fatto il conteggio dei 60 giorni per l'autorizzazione del Congresso come previsto dalla War Powers Resolution del 1973.
C’è il rischio che il conflitto si estenda ad altri attori dell’area persica? Analizziamo in profondità lo scenario a cui assistiamo.
Il presidente turco Recep Erdogan vorrebbe che anche i Paesi del Golfo partecipassero al vertice della Nato in programma il 7 e 8 luglio ad Ankara. Il Governo di Ankara ha avviato colloqui con gli alleati della Nato in merito alla potenziale inclusione dei paesi partner dell'Iniziativa di Cooperazione di Istanbul (ICI). Il riferimento è in particolare a Qatar, Kuwait, Emirati Arabi Uniti e Bahrein. La presenza dei partner del Golfo al tavolo delle trattative ad Ankara offre una reale opportunità di dare nuova linfa a un meccanismo che da tempo non raggiunge i risultati sperati.
L'Iniziativa di Cooperazione di Istanbul esiste dal 2004, non è mai decollata pienamente, ma ora potrebbe svolgere un ruolo maggiore di sostegno ai Paesi del Golfo nel mezzo dell'instabilità esacerbatasi con la guerra di Stati Uniti e Israele contro l'Iran.
L'Arabia Saudita ha sferrato numerosi attacchi a marzo contro l'Iran come ritorsione per i bombardamenti di Teheran nel regno durante la guerra dei 40 giorni. Sarebbe la prima volta che Riad (cosi come la concepiamo) interviene in Iran. Anche gli Emirati Arabi Uniti hanno effettuato attacchi militari contro l'Iran, ma mentre Abu Dhabi ha fin dal primo momento tenuto una posizione dura, pubblicamente Riad ha dato mostra di voler impedire un'escalation e mantenuto i contatti con Teheran. I raid potrebbero avere avuto proprio lo scopo di convincere gli ayatollah a evitare di passare il segno e allargare il conflitto a tutto il Golfo.
Perché nella stessa area geopolitica coesistono visioni coraniche così diverse?
Per comprendere davvero la rivalità tra Iran e Arabia Saudita bisogna anzitutto liberarsi di una lente occidentale che da decenni semplifica la lettura storica del Medio Oriente riducendolo a una somma di conflitti religiosi. L’idea secondo cui Teheran e Riyad sarebbero banalmente i poli opposti di una guerra eterna fra sciiti e sunniti è rassicurante perché semplifica. Ma la realtà storica è molto più profonda. La frattura confessionale è soltanto la superficie visibile di una competizione che riguarda memoria imperiale, identità etniche, modelli antropologici e concezioni incompatibili dell’ordine politico islamico.
L’Iran non è semplicemente uno Stato di matrice sciita. È la Persia sopravvissuta alla conquista araba. E questa continuità psicologica conta enormemente. Quando gli arabi musulmani conquistarono l’impero sassanide nel VII secolo, non distrussero davvero la civiltà persiana, la inglobarono (o tentarono di farlo). La Persia perse il controllo politico del Medio Oriente ma mantenne qualcosa di forse più importante, cioè la propria identità strutturale culturale. La lingua persiana sopravvisse, la antica tradizione amministrativa sopravvisse, la memoria storica sopravvisse. Ancora oggi gli iraniani non si percepiscono soltanto come una nazione moderna, ma come gli eredi di una civiltà plurimillenaria che esisteva molto prima dell’Islam e che continuerà a esistere anche dopo qualsiasi regime politico. È questo senso di profondità storica che distingue l’Iran dalle monarchie arabe del Golfo.
La Persia sviluppò precocemente una concezione verticale del potere: Stato centrale, amministrazione, burocrazia, diplomazia, cultura urbana. Persino la Repubblica Islamica nata nel 1979, nonostante la retorica rivoluzionaria e anti-monarchica, conserva molti tratti della tradizione imperiale persiana. L’Iran contemporaneo ragiona ancora come una potenza continentale. Non pensa in termini puramente nazionali ma in termini di influenza periferica, profondità strategica, reti regionali. Quando sostiene Hezbollah in Libano o le milizie sciite in Iraq non agisce soltanto come uno Stato ideologico; agisce come un’antica potenza imperiale che cerca di impedire l’accerchiamento e di proiettare stabilità ai propri confini esterni.
L’Arabia Saudita nasce invece da un’esperienza storica quasi opposta. La penisola arabica non ha conosciuto per secoli strutture imperiali comparabili a quelle persiane. Il suo tessuto sociale era prevalentemente tribale, segmentato, fondato su genealogie, fedeltà personali e alleanze mobili. Lo Stato saudita moderno è una costruzione recentissima se confrontata con la profondità storica iraniana. Nasce dall’alleanza tra la famiglia al-Saud e il wahhabismo nel XVIII secolo, si consolida militarmente nel XX e trova nel petrolio il fattore decisivo della propria stabilizzazione.
Questo produce ancora oggi una differenza antropologica essenziale. L’Iran tende naturalmente verso la centralizzazione ideologica; l’Arabia Saudita verso la mediazione dinastica e tribale. Teheran concepisce il potere come missione storica; Riyad come equilibrio da preservare. L’élite iraniana pensa in termini di civiltà, quella saudita pensa soprattutto in termini di stabilità. È una distinzione fondamentale perché spiega perché i due paesi interpretino il Medio Oriente in modo quasi incompatibile.
Anche la differenza religiosa viene spesso compresa superficialmente. Lo sciismo iraniano è una variante teologica dell’Islam, è una struttura emotiva e simbolica costruita attorno alla memoria della sconfitta e del martirio. Il trauma fondativo dello sciismo è Karbala, l’uccisione dell’imam Husayn nel 680. Da quel momento il potere viene percepito, nella sensibilità sciita, come qualcosa di intrinsecamente sospetto, spesso illegittimo, contro cui la resistenza morale assume un valore quasi sacro. La sofferenza non è semplicemente subita, viene politicizzata, trasformata in linguaggio identitario.
La rivoluzione khomeinista del 1979 comprese perfettamente la potenza di questa grammatica simbolica. Khomeini trasformò il martirio sciita in energia rivoluzionaria moderna. La guerra contro l’Iraq negli anni Ottanta consolidò ulteriormente questa cultura della resistenza eroica, del sacrificio e dell’accerchiamento. Ancora oggi la Repubblica Islamica costruisce gran parte della propria legittimità presentandosi come il fronte della resistenza contro oppressione, imperialismo e decadenza morale occidentale.
Il wahhabismo saudita si muove invece lungo una traiettoria opposta. Nato nel XVIII secolo come movimento di purificazione religiosa, rifiuta l’eccesso simbolico, il culto dei santi, la mediazione spirituale e molte ritualità sciite considerate deviazioni dall’Islam originario. Dove lo sciismo persiano sviluppa teatralità religiosa, memoria tragica e simbolismo, il wahhabismo ricerca purezza, disciplina e letteralismo. Ne emergono due psicologie religiose quasi inconciliabili: da una parte il culto della sofferenza storica e della redenzione, dall’altra la ricerca dell’ordine morale e dell’autenticità originaria.
Per questo il 1979 fu uno shock geopolitico enorme. Prima della rivoluzione iraniana, Teheran e Riyad erano entrambe pilastri dell’ordine americano nel Golfo. Con Khomeini, però, l’Iran smise di essere semplicemente uno Stato e divenne un progetto ideologico. La Repubblica Islamica voleva governare l’Iran per ridefinire il significato politico dell’Islam contemporaneo. Per la monarchia saudita ciò rappresentava una minaccia esistenziale. Non tanto sul piano militare quanto su quello simbolico. Se l’Islam poteva diventare rivoluzione, allora tutte le monarchie del Golfo diventavano implicitamente illegittime.
Da quel momento il Medio Oriente entrò in una lunga guerra fredda regionale combattuta quasi sempre indirettamente. Libano, Iraq, Siria, Yemen sono diventati spazi periferici in cui Iran e Arabia Saudita hanno cercato di ridefinire gli equilibri regionali senza affrontarsi apertamente. Ma anche qui emerge una differenza profonda nel modo di concepire il potere. L’Iran costruisce reti ideologiche, milizie, alleanze paramilitari transnazionali. Ragiona in termini di resilienza asimmetrica. L’Arabia Saudita utilizza invece soprattutto diplomazia, sostegno economico e relazioni statali tradizionali. Teheran esporta rivoluzione e influenza; Riyad finanzia stabilità e contenimento.
Il punto comune ad entrambe e che ambedue le potenze si percepiscono come il centro naturale del Medio Oriente, ma per ragioni completamente diverse. L’Iran si considera erede di una grande civiltà storica che ha il diritto di guidare la regione contro l’egemonia occidentale. L’Arabia Saudita si considera custode dei luoghi santi e dunque garante della continuità dell’Islam sunnita. Nessuna delle due legittimità può facilmente accettare l’altra.
È questo il motivo per cui la rivalità persiste anche nei momenti di distensione diplomatica. Gli accordi possono ridurre la tensione, ma non eliminano il conflitto profondo fra due visioni opposte dell’ordine islamico. Per Teheran il Medio Oriente è uno spazio da trasformare, per Riyad è uno spazio da stabilizzare. E finché queste due concezioni continueranno a esistere, Iran e Arabia Saudita resteranno inevitabilmente rivali, anche quando fingeranno di non esserlo.
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