A Palazzo Chigi lo chiamano già il “fattore Roma-Milano”. Tradotto: Giorgia Meloni teme che un eventuale vento favorevole al centrosinistra alle Politiche possa trasformarsi in una slavina alle Comunali, trascinando via i candidati del centrodestra nelle grandi città. Ecco perché, da settimane, la premier starebbe ragionando su un’ipotesi che al Quirinale non entusiasma affatto: anticipare il voto per le Politiche ad aprile 2027, sganciandolo dall’appuntamento amministrativo previsto pochi mesi dopo.
La legislatura scadrebbe naturalmente in autunno. Ma la “statista della Garbatella” vuole giocare d’anticipo. Separare i due appuntamenti elettorali significherebbe neutralizzare il rischio “onda lunga”: un successo della sinistra alle Politiche potrebbe infatti contagiare anche le sfide per i sindaci di Roma, Milano, Torino, Napoli e Bologna. Una prospettiva che terrorizza Fratelli d’Italia, soprattutto nelle aree urbane dove il partito meloniano continua a mostrare limiti strutturali.
Il problema? Al Colle la pensano diversamente.
Sergio Mattarella non avrebbe alcuna intenzione di assecondare operazioni percepite come troppo tattiche. La linea che filtra dagli ambienti quirinalizi è semplice: se davvero si dovesse arrivare a uno scioglimento anticipato delle Camere nella primavera 2027, allora il voto dovrebbe coincidere con le amministrative, in un maxi election day. Altrimenti si andrà a scadenza naturale, cioè in autunno.
Dietro la posizione del Quirinale c’è anche un ragionamento istituzionale: evitare che il calendario elettorale venga piegato alle convenienze dei partiti. Un messaggio che a Palazzo Chigi è stato ricevuto forte e chiaro. E che alimenta un’altra crepa, sotterranea ma ormai evidente, nei rapporti tra Meloni e il Colle.
Le tensioni non esplodono mai pubblicamente. Ma i dossier si accumulano. Nomine, politica estera, gestione dei servizi, equilibrio europeo: il feeling iniziale tra la premier e Mattarella si sarebbe progressivamente raffreddato. E il nodo del 2027 rischia di diventare il terreno dello scontro finale.
Come se non bastasse, la premier deve fare i conti con un altro rebus: Roberto Vannacci. I sondaggi che circolano nei piani alti di Fratelli d’Italia raccontano una verità scomoda: per blindare la coalizione e impedire fughe di voti verso la destra radicale, serve tenere aperto un canale con il generale eurodeputato.
Non è un caso che in avanscoperta sia stato spedito Galeazzo Bignami. Il capogruppo meloniano alla Camera avrebbe il compito di tastare il terreno con l’ex parà, capire margini, ambizioni e disponibilità in vista del 2027. Anche perché, in caso di voto anticipato, i tempi per costruire alleanze sarebbero strettissimi.
Meloni sa che Vannacci può essere utile. Ma sa anche che l’operazione rischia di costarle carissima sul fronte moderato.
A rompere il silenzio è stata Marina Berlusconi. Con parole pesatissime. La figlia del Cavaliere avrebbe fatto sapere senza troppi giri di parole di non voler vedere “estremisti” nella coalizione di centrodestra. Un messaggio indirizzato proprio all’asse Meloni-Vannacci.
Tradotto dal berlusconese: Forza Italia non intende trasformarsi nella ruota di scorta di una destra sovranista sempre più radicalizzata. E infatti, nei corridoi azzurri, cresce il sospetto che Antonio Tajani possa essere spinto a marcare le distanze qualora la premier decidesse davvero di aprire le porte all’ex generale.
La coperta, per Meloni, è sempre più corta. Se rincorre Vannacci rischia di perdere pezzi al centro. Se protegge l’asse moderato rischia invece di regalare consenso alla destra identitaria. Un equilibrio instabile, mentre il countdown verso il 2027 è già iniziato.
E al Quirinale osservano tutto. In silenzio. Ma senza distrazioni.
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