01 Jun, 2026 - 07:00

Settant’anni a restringere il voto: come siamo arrivati allo Stabilicum di Meloni

Settant’anni a restringere il voto: come siamo arrivati allo Stabilicum di Meloni

Nel 2013 il centrosinistra ottenne il 55 per cento dei seggi alla Camera con il 29,55 per cento dei voti. Quasi metà dei deputati arrivava da un premio che la legge consegnava a chi vinceva, senza una soglia minima. Un anno dopo la Corte costituzionale, con la sentenza 1/2014, bollò quel meccanismo come "abnorme" e lo cancellò. Non era difficile da prevedere; l'articolo 1 della Costituzione, del resto, dice che la sovranità appartiene al popolo, non alla maggioranza. Eppure la storia delle leggi elettorali italiane racconta come quella sovranità si sia ristretta, voto dopo voto, fino al testo che la maggioranza porta in Aula il 26 giugno 2026.

Dal proporzionale puro alla legge truffa

Per quasi cinquant'anni l'Italia ha votato con un proporzionale sostanzialmente puro. L'Assemblea costituente fu eletta il 2 giugno 1946 con quel sistema, e su quel sistema si reggono le prime legislature della Repubblica ma il primo strappo arrivò presto. Nel 1953 la maggioranza centrista di Alcide De Gasperi approvò la legge 148/1953: chi superava il 50 per cento dei voti con le liste apparentate incassava il 65 per cento dei seggi. Le opposizioni, dai comunisti ai missini, la chiamarono legge truffa. L'ostruzionismo durò sedute di oltre settanta ore, un deputato rovesciò l'urna. Alle elezioni il premio non scattò per pochi decimali, e nel 1954 la legge fu abrogata. Tornò il proporzionale, e ci rimase fino al crollo della Prima Repubblica.

La seconda inversione la votarono i cittadini. Il referendum abrogativo del 18 aprile 1993, promosso da Mario Segni e dai radicali, smontò la quota proporzionale al Senato e aprì la strada al maggioritario. Ne uscì il Mattarellum, le leggi 276e 277 del 1993 che presero il nome dal relatore Sergio Mattarella, battezzate così dal politologo Giovanni Sartori: tre quarti dei seggi nei collegi uninominali, un quarto col proporzionale. L'elettore sceglieva un nome e una faccia nel proprio collegio. Era il punto più alto del suo potere di scelta. Da lì in poi la curva scende.

L'officina dei nominati

Nel 2005 il governo di Silvio Berlusconi volle un sistema nuovo. La legge 270, scritta dal ministro leghista Roberto Calderoli, reintrodusse il proporzionale con premio di maggioranza e liste bloccate. Pochi mesi dopo lo stesso Calderoli la definì in televisione «una porcata», e Sartori la ribattezzò Porcellum. Le liste bloccate tolsero all'elettore la scelta della persona: i seggi andavano ai nomi che le segreterie avevano messo in cima, nell'ordine deciso da loro. Tre tornate, 2006, 2008 e 2013, si votarono così.

La Consulta intervenne addirittura due volte. Con la sentenza 1/2014 cancellò il premio senza soglia e le liste interamente bloccate. Con la sentenza 35/2017 bocciò il ballottaggio dell'Italicum, la legge 52/2015 di Matteo Renzi, e mise nero su bianco che i capilista bloccati rendevano la Camera "un'assemblea composta, in maggioranza, da nominati". Era un avvertimento ma la politica fece spallucce e poi lo aggirò. Il Rosatellum, legge 165/2017 firmata dal relatore Ettore Rosato (Pd) e votata anche da Lega e Forza Italia, tenne in piedi proprio i listini bloccati che la Corte aveva tollerato a denti stretti: un terzo dei seggi nei collegi, quasi due terzi a liste decise dall'alto. Intanto il referendum del 2020 tagliava i parlamentari da 945 a 600, e ogni eletto finiva per rappresentare molti più cittadini di prima. Meno seggi, scelti da meno elettori: la rappresentanza si assottigliava da due lati contemporaneamente. 

Quello che prepara la maggioranza

Si arriva al testo di oggi. Dopo la sconfitta al referendum sulla giustizia del 22 e 23 marzo 2026, dove il No vinse con il 53,74 per cento, il governo di Giorgia Meloni ha accantonato il premierato e si è spostato sulla legge elettorale ordinaria. Il disegno di legge, primo firmatario il capogruppo di Fratelli d'Italia Galeazzo Bignami, lo chiamano Stabilicum nella maggioranza e Meloncellum nell'opposizione. La versione corretta, depositata in commissione il 27 maggio, è un proporzionale con un premio enorme: alla coalizione che supera il 42 per cento vanno 70 deputati e 35 senatori in più, fino al 55 per cento dell'Aula. Niente ballottaggio, liste ancora bloccate. E sulla scheda comparirà il nome del candidato premier, pena l'esclusione della lista.

I costituzionalisti contestano proprio questo. Mettere il nome del capo sulla scheda, con liste bloccate e un premio così alto, costruisce un'elezione diretta del presidente del Consiglio senza toccare la Costituzione, anzi aggirandola. Lo scrivono i 145 giuristi del gruppo "Costituzione e democrazia", che nell'appello "Ritorno alla Costituzione", promosso da Roberto Zaccaria e arrivato a diecimila firme, parlano di un testo "in chiaro contrasto con la Costituzione". Per Florindo Oliverio, della Cgil, si fa passare "il premierato sotto mentite spoglie". Il ministro Luca Ciriani assicura che il premio non mette a rischio la scelta del prossimo capo dello Stato nel 2029, dice.

Resta la domanda del 1953. Una legge che allarga il distacco tra voti e seggi e affida la composizione delle Camere alle segreterie, ingrandisce la sovranità del popolo o quella di chi compila le liste? La risposta la conosciamo da settant'anni. Il testo arriva in Aula il 26 giugno.

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