Ci sono parole che tagliano la carne, che lasciano un solco profondo nell'anima. Sono le parole di una madre straziata che ha visto il proprio figlio, Louis, 17 anni, trasformato nel bersaglio di un commando, di un branco spietato. Louis ha lottato come un leone in un letto d'ospedale, ma contro la disumanizzazione più pura non c’è stato nulla da fare. Ha smesso di respirare il 23 giugno, e con lui si è fermata la vita di una famiglia.
Ma dove è successo questo orrore? A Narbonne, nel sud della Francia Qui la cronaca si trasforma in un film dell'orrore che supera ogni limite di ciò che un essere umano può tollerare e comprendere. Louis era un ragazzo fragile, affettuoso, affidato ai servizi sociali. Aveva commesso un "errore" imperdonabile per le leggi della strada: aveva denunciato una precedente aggressione. Per questo, la notte del 19 giugno, è scattata la vendetta. Un'imboscata tesa da cinque giovani — tre minori e due di 19 anni — che lo hanno attirato in trappola in un cantiere edile. Lo hanno picchiato a sangue, brutalmente, fino a ridurlo in fin di vita, lasciandolo esanime al suolo dove è stato ritrovato solo il mattino dopo da alcuni passanti, con il volto devastato dalle ecchimosi e il sangue che gli usciva dalla bocca e dal naso. Ma c'è qualcosa di ancora più agghiacciante, un dettaglio che fa salire la rabbia dallo stomaco: gli ultimi istanti di Louis sono sul web. Tutti li possono vedere.
Mentre quel ragazzo esalava gli ultimi respiri sotto i colpi di un linciaggio selvaggio, la mano di uno dei suoi aguzzini era lì. Non per fermarsi, non per chiedere aiuto, non per avere un barlume di pietà. Era lì a impugnare uno smartphone. A filmare. A schernire il dolore, l'agonia e la morte del loro coetaneo, condividendo poi il video con gli amici sui social prima ancora di chiamare i soccorsi.
Qui siamo oltre la comprensione. Non c’è logica, non c’è una giustificazione sociologica che possa reggere. Questa non è semplice delinquenza giovanile, questa è disumanizzazione totale. Come diceva lo scrittore Georges Bernanos:
“La febbre della giovinezza è ciò che mantiene il mondo alla temperatura normale. Quando la giovinezza si raffredda, il resto del mondo batte i denti”.
Ma qui non siamo davanti alla febbre o alla ribellione della giovinezza; siamo davanti a un freddo glaciale, a un vuoto assoluto dell'anima. Come può un ragazzo guardare un corpo che cede sotto i colpi e pensare che la priorità sia registrare un video da dare in pasto alla rete?
Noi di Canale 122 Fatti di Nera abbiamo scelto di non girarci dall'altra parte. Abbiamo coperto questa tragedia nei nostri tg, nelle nostre trasmissioni, sin dal primo momento, perché crediamo che il silenzio sia complice. Eppure, guardando le prime pagine dei grandi giornali nazionali e le aperture dei grandi network italiani, si fa fatica a trovare spazio per Louis. Viene da chiedersi, con una rabbia cieca: perché questo silenzio?
Diciamoci la verità, rompiamo questo muro di ipocrisia e poniamoci quelle domande scomode che la stampa mainstream evita accuratamente. Quando le cronache toccano i fili scoperti dell'immigrazione, delle periferie, delle dinamiche di certe case-famiglia e dei nuovi branchi che dettano legge, sembra quasi che per i grandi media sia meglio non parlarne. C'è il terrore di rompere una narrazione idilliaca, la paura di dover ammettere che esiste un problema enorme di sicurezza, di controllo del territorio e di totale fallimento educativo. Oltralpe, leader politici come Marine Le Pen urlano la propria indignazione parlando di crescente violenza e senso di impunità. In Italia, invece, il vuoto. Ma allora facciamoci la domanda più brutale, quella che mette a nudo la finta coscienza del giornalismo moderno: se a morire non fosse stato un ragazzo bianco, ma un giovane di colore, cosa sarebbe successo?
A quest'ora le prime pagine sarebbero state monopolizzate per settimane. Avremmo visto editoriali chilometrici sulla deriva sociale, speciali in prima serata, piazze piene e telecamere fisse a Narbonne. Quante fiaccolate avremmo visto? Quante manifestazioni contro il razzismo, quanti appelli alla tolleranza e quanti fiumi di retorica progressista avrebbero inondato i nostri schermi? Invece, per Louis, una fitta cortina di fumo e indifferenza. Come se esistessero morti di serie A e morti di serie B. Come se il colore della pelle della vittima o l'estrazione degli aggressori dovesse determinare il peso specifico del dolore di una madre e la dignità di una notizia.
Nelle parole della mamma di Louis c'è tutto il dolore per una giovane vita umana tolta senza un motivo. Tutta la cattiveria di questi giovani è racchiusa in quegli ultimi secondi di respiro immortalati da chi lo filmava e lo scherniva. Come ha detto la zia di Louis, Marie-Julie: "Non so quando riuscirò a ritrovare il sonno". La famiglia ora aspetta solo la pena massima per quel commando di assassini.
La madre promette di combattere con tutte le sue forze in "modalità guerriera" affinché al suo "Boubou" sia resa giustizia. Noi di Canale 122 Fatti di Nera non la lasceremo sola. Saremo al suo fianco. Non con le passerelle politiche o con i talk show preconfezionati, ma continuando a scavare e a pretendere risposte.
Non è una questione politica, è un'emergenza antropologica. Qualche domanda seria, profonda e priva di filtri ideologici dovremmo iniziare a farcela, prima che sia davvero troppo tardi per tutti noi.
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