Svolta nell'inchiesta sulla morte della famiglia Kola, di origine albanese, sterminata dalle esalazioni di monossido di carbonio sprigionate da una caldaia malfunzionante, avvenuta la sera del 4 febbraio 2026 nella loro abitazione a Porcari, in provincia di Lucca. Il sostituto procuratore della Procura di Lucca, Paola Rizzo, ha iscritto nel registro degli indagati tre persone.
La notizia è riportata oggi, 29 maggio 2026, dal quotidiano Il Tirreno. I genitori e i due figli furono trovati nel loro appartamento già in condizioni gravissime: tutti i tentativi di rianimazione furono vani.
I tre indagati sono accusati di omicidio colposo. La prossima settimana dovranno nominare un consulente o un legale in occasione di un accertamento tecnico irripetibile sull’impianto di riscaldamento che avrebbe provocato la tragedia.
Secondo gli inquirenti, infatti, le vittime sarebbero state avvelenate dal monossido di carbonio sprigionato dalla caldaia a causa di un presunto errore umano.
I parenti della famiglia Kola sono assistiti, come parte offesa, dall'avvocato Gianmarco Romanini. Il verniciatore Arti Kola, 44 anni, sua moglie Jonida, casalinga di 48 anni, il figlio Hajdar, elettricista di 22 anni e la figlia Xhesika, studentessa di appena 15 anni, furono trovati dai vigili del fuoco privi di sensi nel loro appartamento in località Rughi nel comune di Porcari.
A lanciare l'allarme era stato Hajdar: probabilmente, già stordito dal monossido, aveva fornito il numero civico sbagliato. Un errore che purtroppo aveva fatto perdere tempo prezioso agli operatori del 118. Ad accompagnare i carabinieri nell'abitazione, nel frattempo arrivati sul posto, era stato il fratello di Arti, poi rimasto intossicato e ricoverato in ospedale.
Il livello di monossido di carbonio nel sangue delle vittime molto alto, tanto da non rendere possibile un intervento di qualsiasi tipo per salvare loro la vita.
Nel giorno delle esequie, l'11 febbraio, nel comune di Porcari era stato proclamato il lutto cittadino: alla cerimonia aveva partecipato una folla commossa. Le salme sono state rimpatriate in Albania.
Nelle scorse settimane la Procura ha disposto alcuni accertamenti tecnici per fare luce sulla vicenda: in particolare una simulazione, affidata ai Vigili del fuoco, per ricostruire il funzionamento dell’impianto e capire in che modo il monossido di carbonio abbia saturato l'abitazione in breve tempo.
Secondo questi approfondimenti, era presente un distacco del tubo collegato alla caldaia e il foro di areazione era stato trovato coperto dagli investigatori durante i sopralluoghi. I fumi, invece che confluire verso l'esterno, avrebbero lentamente saturato l'ambiente, fino a stordire e poi uccidere la famiglia.
Nelle verifiche della Procura, spiega inoltre Il Tirreno, sarebbe emerso anche un altro elemento fondamentale: l’immobile, di nuova costruzione, risultava dotato della certificazione di agibilità. Chi ha firmato il documento rischia di essere accusato di omicidio colposo: motivo per cui sarà necessario procedere con un esperimento giudiziale, con la caldaia al centro di prove e verifiche alla presenza delle parti coinvolte.
La persona che ha sottoscritto, in qualità di tecnico installatore o collaudatore, la regolarità dell'impianto e del suo funzionamento, dovrà rispondere dei suoi effetti. A meno che gli indagati non riescano a dimostrare che la caldaia sia stata manomessa accidentalmente da terze persone.
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