Il nome di Pep Guardiola accostato alla panchina della Nazionale non è soltanto un sogno impossibile: è un'illusione cinicamente strumentalizzata. Mentre il calcio italiano si ritrova per la terza volta consecutiva a guardare i Mondiali da casa – naufragato contro la Bosnia e oggi affidato alla guida ad interim di Silvio Baldini, la politica sportiva utilizza Guardiola come una formidabile arma di distrazione di massa. La nomina del prossimo CT è infatti completamente congelata fino al 22 giugno, data delle elezioni per la presidenza della FIGC che vedranno sfidarsi Giovanni Malagò (favorito dalla Serie A ma alle prese con lo spettro normativo del "pantouflage") e l'usato sicuro Giancarlo Abete.
In questo vuoto di potere si inseriscono le manovre del Ministro dello Sport, Andrea Abodi, che non sgradirebbe l'ipotesi di un commissariamento della Federazione. Far trapelare la suggestione Guardiola è una mossa politica perfetta per mettere preventivamente in difficoltà il futuro presidente federale: chiunque vincerà, infatti, non avrà alcuna chance reale di ingaggiarlo, ritrovandosi subito agli occhi dell'opinione pubblica come colui che ha "fallito" - o almeno non centrato - il grande colpo iniziale. Dal canto suo, il candidato Malagò si guarda bene dallo smentire la voce: gode nel "lasciar dire" e nel cavalcare l'onda dell'entusiasmo mediatico, sapendo già che, a giochi fatti, gli basterà dichiarare con finto candore che «Mancini (o Conte) è sempre stata la nostra prima scelta». Un gioco delle parti tanto vecchio quanto trasparente.
La realtà dei fatti, d'altronde, cancella rapidamente ogni fanta-mercato. Il tecnico catalano ha già scelto da tempo di prendersi un anno sabbatico dopo lo storico e logorante decennio alla guida del Manchester City. Inoltre, lo scoglio economico resta del tutto insormontabile: Guardiola costa almeno dieci milioni di euro netti a stagione di ingaggio. Si tratta di una cifra totalmente fuori portata per la FIGC, irraggiungibile anche ipotizzando il contributo straordinario di un pool di sponsor esterni.
C'è poi un paradosso squisitamente nazionalistico che stride fortemente con questa rincorsa all'estero. L'idea di affidarsi a un CT straniero suona quasi come un insulto alla nostra scuola, proprio oggi che l'Italia è storicamente tra i maggiori "esportatori" di commissari tecnici nel mondo. Basti pensare a Carlo Ancelotti sulla panchina del Brasile, Vincenzo Montella in Turchia, Fabio Cannavaro in Uzbekistan, Marco Rossi in Ungheria, fino a Tullio Calzona per la Slovacchia e Andrea Maldera neo ct dell'Ucraina. Che l'Italia debba importare un allenatore da fuori, mentre colonizza le panchine altrui, è una bizzarria, perfino più comica che surreale.
Senza contare il fondamentale nodo tecnico: Guardiola verrebbe chiamato a fare un lavoro che, di fatto, non è mai stato suo. Pep è un "allenatore" nel senso più puro del termine, rinomato per il gioco maniacale che costruisce giorno dopo giorno sul campo, attraverso la ripetizione quotidiana e la simbiosi con il club. Non è mai stato un "selezionatore". Il CT di una Nazionale deve saper fare l'esatto opposto: scegliere i giocatori migliori e più in forma del momento, senza pensare a "gruppi" pregressi né il tempo per plasmare schemi e costruzioni laboriose in allenamento. In questo tipo di mestiere, profili come Roberto Mancini e Antonio Conte hanno almeno due anni di esperienza azzurra in più e conoscono alla perfezione la gestione psicologica e tattica nei tempi ridottissimi dei ritiri istituzionali.
Eppure, la candidatura utopica di Pep continua a ricevere endorsement surreali da vari influencer del web e persino da Leonardo Bonucci. Una presa di posizione, quella dell'ex difensore, che sfiora il grottesco se si analizza la storia recente. Bonucci detiene infatti un primato non invidiabile: è l'unico tesserato italiano direttamente coinvolto in tutte e tre le storiche eliminazioni mondiali (da giocatore contro la Svezia nel 2017 e la Macedonia nel 2022, e da collaboratore nello staff tecnico di Gattuso contro la Bosnia nel 2026). Attualmente a Coverciano per il patentino Uefa Pro, lo stesso Bonucci mette in discussione la "linearità" didattica e l'autorevolezza dell'accademia federale se, da allievo, si permette di invocare un tecnico straniero ignorando la concorrenza dei colleghi cresciuti nella sua stessa scuola.
Intanto si è tolto dalla "scolaresca" azzurra Allegri, d'accordo con il Napoli di Aurelio De Laurentiis per guidare un nuovo ciclo ambizioso attorno al talento di De Bruyne. Così la scelta reale per la ricostruzione azzurra sarà un affare a due tra Conte e Mancini. Dipenderà tutto dal voto del 22 giugno: se vincerà Malagò o se prevarrà Abete, si cercherà comunque uno dei due. Tutto il resto - compreso Guardiola - è solo fumo negli occhi per coprire rughe, errori e malcostume del calcio italiano.
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