06 Jun, 2026 - 10:00

Stragi del '93, l'ennesima archiviazione e la crisi di credibilità di una magistratura senza contrappesi

Stragi del '93, l'ennesima archiviazione e la crisi di credibilità di una magistratura senza contrappesi

Di fronte all'ennesima archiviazione dell'inchiesta sui presunti mandanti esterni delle stragi mafiose del 1993, il dibattito pubblico rischia ancora una volta di arrestarsi e impantanarsi alla superficie degli eventi. Da una parte le reazioni politiche, dall'altra le inevitabili contrapposizioni ideologiche. Eppure la decisione assunta dai giudici di Firenze pone una questione assai più profonda, che investe direttamente l'equilibrio tra i poteri dello Stato e la qualità stessa della nostra democrazia costituzionale.

Dopo oltre tre decenni di indagini, approfondimenti investigativi, collaborazioni processuali, acquisizioni documentali e ricostruzioni accusatorie, il procedimento si conclude con una constatazione tanto semplice quanto istituzionalmente rilevante: gli elementi raccolti non consentono di sostenere l'impianto accusatorio elaborato nel corso degli anni.

La vicenda, naturalmente, non cancella la tragedia delle stragi né attenua il dovere permanente dello Stato di perseguire la verità. Tuttavia impone una riflessione rigorosa su un fenomeno che negli ultimi decenni si è progressivamente consolidato nella vita pubblica italiana: la trasformazione dell'ipotesi investigativa in categoria politica e del sospetto giudiziario in giudizio storico anticipato.È proprio qui che emerge il nodo costituzionale.

Costantino Mortati insegnava che la Costituzione materiale di una comunità politica non coincide esclusivamente con il testo scritto delle norme, ma con il concreto equilibrio dei rapporti di forza che si sviluppano all'interno delle istituzioni. Se si osserva l'evoluzione della Seconda Repubblica attraverso questa lente interpretativa, appare difficile negare che il potere giudiziario abbia progressivamente assunto una centralità politica e mediatica ben superiore a quella immaginata dai Costituenti.

Non si tratta di una critica all'indipendenza della magistratura, che costituisce una delle più importanti garanzie dello Stato di diritto. Al contrario. Proprio perché l'autonomia della giurisdizione rappresenta un valore costituzionale irrinunciabile, essa dovrebbe essere accompagnata da una pari attenzione verso il principio della responsabilità istituzionale.

L'autonomia senza responsabilità rischia infatti di degenerare in autoreferenzialità. E l'autoreferenzialità, in un sistema democratico, finisce inevitabilmente per indebolire la legittimazione stessa del potere che pretende di tutelare.

Del resto, il problema non è nuovo nella riflessione giuridica europea. Già Hans Kelsen, padre del costituzionalismo novecentesco e teorico della giurisdizione costituzionale moderna, osservava come la legittimazione di ogni funzione pubblica non derivasse dalla superiorità morale di chi la esercita, bensì dalla rigorosa sottoposizione alle regole dell'ordinamento. La forza delle istituzioni democratiche risiede precisamente nella possibilità che ogni potere, senza eccezioni, sia soggetto a limiti, controlli e verifiche.

Da una prospettiva differente, ma ugualmente significativa, Norberto Bobbio ricordava come il problema fondamentale della democrazia contemporanea non sia l'attribuzione del potere, bensì il suo controllo. La celebre domanda bobbiana "chi controlla i controllori?", conserva oggi una straordinaria attualità nel dibattito sulla magistratura italiana. L'indipendenza del giudice rappresenta una conquista irrinunciabile dello Stato di diritto; tuttavia essa non può tradursi in una forma di irresponsabilità istituzionale, pena la trasformazione di una garanzia democratica in un privilegio ordinamentale.

In questa prospettiva appare particolarmente attuale anche la lezione di Niklas Luhmann. Il sociologo e teorico del diritto tedesco spiegava che la fiducia nelle istituzioni costituisce una risorsa limitata e preziosa, che si alimenta attraverso la prevedibilità delle decisioni e la coerenza delle procedure. Quando un sistema produce aspettative che non trovano riscontro negli esiti finali, il rischio non è soltanto il fallimento di una singola iniziativa, ma l'erosione della credibilità dell'intero apparato istituzionale.

Anche la riflessione di Jürgen Habermas offre spunti rilevanti. Nelle democrazie costituzionali mature, la legittimazione delle istituzioni non deriva esclusivamente dalla correttezza formale delle procedure, ma dalla loro capacità di mantenere un rapporto di fiducia con la sfera pubblica. Quando il cittadino percepisce una distanza crescente tra le aspettative generate dall'azione pubblica e i risultati concretamente conseguiti, si produce una crisi di legittimazione che investe l'intero sistema.

L'inchiesta sulle stragi del 1993 rappresenta, sotto questo profilo, un caso emblematico.Per oltre trent'anni una determinata ipotesi investigativa ha accompagnato il dibattito politico nazionale, contribuendo a costruire una narrazione pubblica che, indipendentemente dagli esiti processuali, ha finito per assumere i caratteri di una verità presunta. Una dinamica che pone interrogativi delicati sulla relazione tra tempo dell'indagine, tempo della giustizia e tempo della politica.

Nessun ordinamento democratico può considerarsi pienamente equilibrato quando un'indagine diventa più influente della sua eventuale conclusione.

L'archiviazione di questa settimana non stabilisce verità assolute e non equivale, tecnicamente, a una sentenza di assoluzione. Tuttavia certifica che l'apparato probatorio costruito nel corso degli anni non ha raggiunto la soglia necessaria per sostenere l'accusa. Ed è precisamente questo il dato che merita attenzione.In qualsiasi sistema fondato sul garantismo liberale, il fallimento di una tesi accusatoria costituisce un elemento di riflessione anche per chi quell'accusa l'ha formulata.

In Italia, invece, sembra essersi affermata una singolare asimmetria: la magistratura viene giustamente tutelata nella propria indipendenza, ma assai raramente chiamata a una riflessione pubblica sulle conseguenze prodotte da inchieste che attraversano decenni senza approdare a risultati giudiziariamente apprezzabili.

È qui che il recente dibattito referendario sulla giustizia assume un significato che va ben oltre il risultato numerico delle urne

.Al di là dell'esito formale della consultazione, una parte significativa del Paese ha manifestato l'esigenza di una revisione degli equilibri interni all'ordine giudiziario e di una maggiore simmetria tra potere e responsabilità. Un segnale politico che non può essere liquidato come semplice insofferenza verso la magistratura.

Al contrario, esso esprime la richiesta di un rafforzamento della legittimazione democratica della funzione giudiziaria attraverso meccanismi di maggiore trasparenza, valutazione e responsabilizzazione.

Gustavo Zagrebelsky ha più volte ricordato come la forza delle istituzioni democratiche risieda nella capacità di accettare il limite. Nessun potere, per quanto nobile nelle proprie finalità, può sottrarsi a questa regola fondamentale.Eppure il paradosso italiano consiste proprio in questo: il potere giudiziario appare fortissimo quando interviene nel dibattito pubblico, condiziona l'agenda politica o produce effetti reputazionali, ma diventa sorprendentemente debole quando si tratta di elaborare una riflessione critica sui propri errori, sulle proprie inefficienze o sui propri fallimenti investigativi.

È il tratto distintivo di un potere costituzionale che appare incompiuto.Forte nelle prerogative, debole nelle responsabilità.Autonomo nell'azione, ma spesso impermeabile alla autovalutazione.

Capace di incidere profondamente sulla vita politica nazionale, ma meno incline a interrogarsi sulle conseguenze sistemiche mediatiche delle proprie iniziative.L'archiviazione dell'inchiesta sulle stragi del 1993 non rappresenta dunque soltanto la conclusione di una vicenda giudiziaria. Essa costituisce l'occasione per una riflessione più ampia sullo stato della nostra architettura costituzionale.

Perché la credibilità delle istituzioni non deriva dalla quantità delle accuse formulate, bensì dalla qualità delle prove che riescono a sostenerle. E quando una tesi investigativa attraversa tre decenni senza trovare conferma processuale, la questione non riguarda più soltanto gli indagati o i magistrati coinvolti.

Riguarda il rapporto tra potere e responsabilità.In definitiva, riguarda il livello di maturità( ahinoi scarso)stesso della nostra democrazia costituzionale.

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