La vicenda della grazia concessa a Nicole Minetti racconta qualcosa che va oltre il singolo provvedimento. Rappresenta ancora una volta il modo in cui il dibattito sulla giustizia rischia di trasformarsi in una contrapposizione immediata, dove prima si individua un bersaglio e solo dopo si approfondiscono i fatti.
Per giorni è stata alimentata l’idea che la decisione fosse riconducibile esclusivamente al ministro della Giustizia Carlo Nordio. Una rappresentazione efficace sul piano mediatico, ma incompleta, perché il procedimento per la concessione della grazia coinvolge diversi passaggi istituzionali: la Procura generale presso la Corte d’appello, il Ministero della Giustizia e infine il Presidente della Repubblica, al quale l’articolo 87 della Costituzione attribuisce il potere di clemenza.
Proprio questo elemento essenziale è rimasto inizialmente sullo sfondo, lasciando spazio a una lettura costruita prevalentemente sulla ricerca di una responsabilità politica immediata.
Naturalmente il punto non è mettere in discussione il diritto della stampa di svolgere inchieste o dei commentatori di esprimere opinioni. Il problema nasce quando, soprattutto sui temi della giustizia, il confine tra una domanda legittima e una conclusione anticipata diventa troppo sottile. Quando cioè un’ipotesi viene trasformata rapidamente in certezza e il processo mediatico precede la verifica completa dei fatti.
E ciò che, ad esempio, è accaduto in alcune trasmissioni televisive, in particolare su La7, dove autorevoli commentatori si sono affrettati a valorizzare l’inchiesta che aveva acceso il caso. Così è accaduto che nella trasmissione di Giovanni Floris, Massimo Gramellini, firma prestigiosa del Corriere della Sera, abbia riservato parole di grande apprezzamento al lavoro del Fatto Quotidiano, indicandolo come esempio di giornalismo d’inchiesta.
Un entusiasmo forse troppo rapido, perché proprio quella ricostruzione è stata successivamente smentita dagli accertamenti svolti dalla Procura generale presso la Corte d’appello di Milano, che hanno confermato la correttezza dell’iter seguito per la concessione della grazia. Un passaggio che dovrebbe suggerire di evitare di correre troppo velocemente verso il traguardo delle conclusioni quando si affrontano temi legati alla giustizia: il tempo degli accertamenti è certamente meno spettacolare di quello dei titoli e delle prime pagine, ma resta l’unico capace di distinguere una suggestione da un fatto.
Le critiche arrivate anche dall’interno dello stesso mondo dell’informazione, come quelle espresse dalla vicedirettrice del TgLa7 Gaia Tortora sul modo in cui la vicenda è stata raccontata, pongono allora una questione più ampia: quale rapporto vogliamo avere con la magistratura?
Durante il recente confronto referendario sulla giustizia abbiamo assistito spesso a una difesa quasi assoluta dell’ordine giudiziario. Ogni critica al funzionamento del sistema, al peso delle correnti o alla necessità di modificare alcuni meccanismi interni veniva frequentemente interpretata come un attacco all’autonomia e all’indipendenza dei magistrati.
Finito quel confronto, però, sembra che quello stesso approccio sia cambiato. Quando una valutazione proveniente da un ufficio giudiziario non coincide con una determinata narrazione, la magistratura non viene più considerata un presidio da difendere, ma diventa improvvisamente oggetto di contestazione.
È significativo osservare come protagonisti che in altre stagioni sono stati al centro di durissime contrapposizioni, come Antonio Di Pietro, tornino oggi ad avere spazio anche in contesti editoriali che in passato avevano assunto nei loro confronti posizioni molto critiche.
È la conferma di un rischio: trasformare la magistratura in uno strumento da utilizzare a seconda della battaglia del momento. Da invocare quando rafforza una determinata tesi, da mettere in discussione quando invece apre scenari differenti.
È accaduto anche nel racconto di alcune grandi vicende giudiziarie del nostro Paese: magistrati celebrati come simbolo della ricerca della verità quando hanno sostenuto determinate ricostruzioni, salvo poi vedere ridimensionato o quasi deriso il lavoro di altri magistrati quando le loro indagini hanno seguito percorsi diversi, come nel confronto che ancora oggi divide sulle letture della stagione delle stragi, dalla trattativa Stato-mafia fino al filone mafia-appalti.
Ma la credibilità di un magistrato non può dipendere dalla convenienza della tesi che sostiene. Non possono esistere magistrati “da applaudire” e magistrati “da ignorare” a seconda che confermino o meno una narrazione già costruita.
E invece i principi devono valere sempre: autonomia della magistratura, libertà di informazione e diritto di critica non possono cambiare significato in base al protagonista della vicenda.
Altrimenti la giustizia smette di essere un terreno comune di garanzie e diventa soltanto una bandiera da alzare o abbassare a seconda del vento.
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