Spesso ci dimentichiamo dell’importanza della laicità all’interno di una Repubblica, ma c’è stato un tempo in cui la religione non era soltanto una questione di fede, ma anche un imperativo morale intorno al quale la vita di ogni essere umano era costretta a ruotare. E così anche la politica. Durante il Cinquecento, in Europa, il cattolicesimo e l’Islam dell’impero ottomano si contendevano i territori in lotte all’ultimo sangue. È così che il Mediterraneo, da mare splendido, si trasformò in luogo di battaglia nel quale due religioni fortemente opposte iniziarono a scontrarsi per tentare di imporre l’una la propria supremazia sull’altra.
Nel 1575, un uomo chiamato Miguel de Cervantes Saavedra venne catturato da un gruppo di corsari barbareschi vicino alle coste della Catalogna e portato ad Algeri. Cervantes, all’epoca ancora piuttosto sconosciuto, qualche decennio dopo scrisse una delle opere più lette al mondo: Don Chisciotte. Nacque nel 1547 ad Alcalá de Henares, in Spagna, da una famiglia dalle ricchezze modeste. Da ragazzo si trasferì a Madrid e si unì all’esercito. Nel 1570 si arruolò come soldato e un anno dopo partecipò alla battaglia di Lepanto contro l’impero ottomano, dove fu ferito alla mano sinistra, perdendone l’uso. Successivamente continuò comunque a servire la Corona spagnola tra l’Italia e altre zone del Mediterraneo, non ottenendo comunque particolari incarichi o riconoscimenti. Nel 1575 decise di fare rientro in Spagna via mare ed è proprio qui che fu rapito dai corsari al servizio dell’impero ottomano.
Fu tenuto prigioniero da Hasán Bajá, detto anche Hasán Veneziano, per cinque durissimi anni, durante i quali Cervantes patì l’isolamento e la fame e tentò di organizzare diverse fughe. Hasán Bajá non era turco di nascita, ma secondo alcune fonti era originario di Venezia e fu rapito anch’egli dai corsari nel Mediterraneo. Convertitosi all’Islam per tornare libero, salì rapidamente di rango per via delle sue competenze belliche e divenne governatore di Algeri. Hasán Bajá era certo che Cervantes fosse una figura di spicco, perché al momento della cattura portava con sé lettere di raccomandazione di alti ufficiali spagnoli. E pertanto si convinse che potesse valere un grosso riscatto, ma nella realtà così non era. La famiglia non poté permettersi di pagare per la scarcerazione del figlio, ma nel 1580, grazie alla raccolta di danaro da parte dei frati trinitari, fu finalmente liberato. Malgrado la traumatica esperienza, quei cinque anni servirono a Cervantes per fare tesoro di memorie e di eventi da sfruttare nel componimento delle sue opere successive.
L’acclamato cineasta spagnolo Alejandro Amenábar, basandosi su documenti ufficiali, sulla biografia di Cervantes e sulle cronache dei frati trinitari, affascinato dalla storia dello scrittore, ha voluto creare una sorta di fiaba per adulti per narrare il periodo di prigionia ad Algeri. La sua nuova pellicola, intitolata Il prigioniero (El cautivo), vede protagonista proprio Cervantes, interpretato dal giovane attore Julio Peña Fernández, che durante la sua detenzione scopre un innato talento da cantastorie, finendo con l’ammaliare gli altri compagni, ma anche il governatore Hasán Bajá. Quest’ultimo, interpretato dal nostro Alessandro Borghi, pur essendo uno spietato despota, finirà con l’innamorarsi di Cervantes.
Guardando a ritroso i lungometraggi di Amenábar si ha l’impressione che siano tutti profondamente diversi gli uni dagli altri. A partire dal suo esordio rivelazione Tesis (1996), o Apri gli occhi (1997), che ha ispirato il famoso remake statunitense Vanilla Sky (2001), ma soprattutto il capolavoro internazionale The Others (2001), con la splendida Nicole Kidman, o Mare dentro (2004), con l’incantevole Javier Bardem, che gli ha fatto vincere un Premio Oscar come miglior film internazionale. In questo caso Amenábar ha voluto addentrarsi nel biopic in maniera fiabesca e aggiungendo la componente dell’omosessualità (non basata su una ricostruzione storica), attraverso un’inaspettata relazione romantica. C’è da chiedersi però, visto il ritratto che il regista ha dipinto di Cervantes, rappresentandolo come un uomo buono, onesto, leale, ma al contempo machiavellico e fine stratega, quanto la liaison all’interno del film sia frutto della passione e non di un progetto di fuga.
Ne Il prigioniero l’arte letteraria assume un ruolo centrale come simbolo di resistenza, ma anche mezzo di evasione dai contesti di isolamento e detenzione. L’attesa insopportabile della possibilità di riacquisire la propria libertà viene spezzata grazie alla fantasia. La narrazione diventa quasi un atto politico: chi racconta esercita una forma di autorità alternativa rispetto a quella dei carcerieri. Ma Il prigioniero è all’altezza del miglior Amenábar? Purtroppo devo ammettere di no. Anche se comunque l’ho trovato gradevole e le prove attoriali del cast di livello. Non ho però apprezzato il doppiaggio, che ricordava quello delle fiction Rai. 3,5 stelle su 5.
Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.
I campi obbligatori sono contrassegnati con *