Sono già in corso le riprese del nuovo progetto di Robert Eggers, Werwulf: un nuovo film horror, dopo il successo di pubblica e di critica ottenuto da Nosferatu, una rilettura della figura del vampiro a partire dall'omonimo film classico espressionista di Murnau e dal celeberrimo romanzo di Bram Stoker.
Anche in quest'occasione, il regista si cimenterà nell'impresa di raccontarci una creatura del folclore popolare che è stata resa protagonista di innumerevoli racconti da brivido e pellicole a tema.
Nel cast, vediamo tutte le star che già avevano accompagnato il regista in altri progetti, a partire da Willem Dafoe (arriivato alla terza collaborazione con il regista), fino ad Aaron Taylor Johnson.

Willem Defoe nel trailer di "Werwulf".

Aaron Taylor Johnson nel trailer di Werwulf.
Eggers sceglie un secolo particolare per raccontare la sua leggenda. È il 1200, l'Inghilterra diviene sempre più ricca per il commercio della sua lana, il suo "oro": il regista spiega in un'intervista ad Esquire di aver scoperto che, allo scopo di proteggere questa importantissima attività, fu portata avanti una massiccia campagna di eliminazione dei lupi.
E, se i propositi furono raggiunti, fu proprio l'assenza dei lupi a far cadere nell'oblio numerose di quelle leggende che erano circolate per anni, annidatesi nella paura dell'uomo nei confronti di questi animali.
In questo scorcio di storia, in cui le storie iniziavano a divenire sempre più lontane, si snoda la storia e ci narra di un protagonista, che è un uomo maledetto, un contadino che cerca la redenzione tramite l'amore: è il personaggio interpretato da Aaron Taylor Johnson.
L'uomo ha trovato nel lupo una figura simbolica, fin dall'inizio della storia: animale totemico, simbolo apotropaico, protettore della caccia e della fertilità.
Nei miti greci, si incontra Licaone, un re arcade che osò offrire agli dei della carne umana. Zeus, adirato per il suo gesto, decise di trasformarlo in un lupo e di costringerlo a vagare nei boschi con la forma di una bestia.
Esistono numerose versioni del mito, ma tutte ruotano attorno alla trasformazione di Licaone in un lupo, in seguito ad un gesto cruento di empietà.
Nell'antica Roma, il rapporto con il lupo ha anche dei connotati positivi: lo testimoniano il ruolo della lupa nel mito fondativo di Romolo e Remo e la pelle di lupo indossata dai Vexilliferi dell'esercito.
Eppure, la cerimonia dei Lupercalia (dedicati al dio Lupercus, Fauno: l'epiteto viene da "lupus" e "arceo", indica colui che scaccia i lupi) prevede dei riti che allontanassero questi animali dalle greggi.
Ed è, inoltre, proprio la cultura romana a produrre il primo racconto letterario che ha per protagonista un licantropo. Petronio Arbitro, autore del Satyricon, inserisce nel corpo della sua opera un racconto narrato da uno degli ospiti della Cena Trimalchioni (LXI-LXII).
Proponiamo di seguito uno stralcio della traduzione di Piero Chiara:

Immagine tratta dal trailer di "Werwulf".
Anche nel medioevo, le storie sui licantropi sono diffuse. Per esempio, sono l'oggetto di alcuni Lais: ricordiamo quello di Maria de France intitolato Bisclavret e scritto nel dodicesimo secolo.
La storia narra di un barone di Bretagna, affetto da licantropia e molto amato dal suo re, che viene tradito dalla moglie, alla quale aveva rivelato il suo segreto, e non riesce a trasformarsi più in umano.
Dopo la sua vendetta, seppure in forma di lupo, viene riconosciuto e può finalmente riprendere le sue fattezze di uomo.
Anche nella Topographia Hibernica di Gerald of Wales (dodicesimo secolo) si raccontano storie di licantropi. Un prete e un suo servitore si accamparono durante un viaggio attraverso le lande selvagge irlandesi: i due furono sorpresi dall’apparizione di un lupo che sapeva parlare presso il loro falò.
Il lupo assicurò ai viandanti che non dovevano avere paura di lui e spiegò che la sua gente, nella regione di Ossory, era vittima di un’antica maledizione, a causa della quale ogni sette anni un uomo e una donna della comunità si trasformavano in lupi.
La belva si era rivolta al prete, perché la sua compagna stava morendo e aveva bisogno che le fossero impartiti gli ultimi sacramenti: il sacerdote fu sorpreso di vedere un'altra lupa, anche lei in grado di parlare con voce umana.
Ma non celebrò i riti finché l'animale maschio non scostò il pelo della sua compagna dalla zampa. Lì, il prete vide una mano umana e fu convinto a portare a termine i riti e a permettere alla femmina di morire in pace.
Gervasio di Tilbury, autore di un'enciclopedia nota come Otia Imperialia, descrive alcuni casi di uomini colpiti da una malattia trasformativa:
Robert Eggers si è servito di numerose fonti nel film, spesso britanniche, ma non solo. Racconta, sempre ad Esquire, che non mancano gli spunti provenienti dall'Europa continentale, dove la figura del lupo mannaro compariva in leggende che servivano a spiegare la brutalità umana.
Interessantissimo e pregevole è il lavoro fatto sul linguaggio: grazie all'aiuto di due professori di Oxford, il regista, seguito da Sjón, con cui Eggers aveva già lavorato per The Northman, ha scritto un film intero in medio inglese.
In seguito, il regista ha anche lavorato con un coach dialettale per trovare un equilibrio nella pronuncia che permettesse al linguaggio di restare autentico senza risultare incomprensibile.
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